Home La Buona Notizia (archivio vecchie edizioni) XXX Domenica del Tempo Ordinario

XXX Domenica del Tempo Ordinario

“La preghiera del povero attraversa le nubi,…non desiste finché l’Altissimo non sia intervenuto e abbia reso soddisfazione ai giusti e ristabilito l’equità”(Sir 35,21-22). E la supplica del pubblicano nel vangelo: “ O Dio, abbi pietà di me peccatore”(Lc 18,13). La parola di Dio, anche in questa domenica, insiste sulla preghiera. Significa che se il movimento del pregare nasce naturalmente dal cuore dell’uomo ed è vivo in tutte le forme religiose, non è spontaneo Chi pregare, come pregarLo e che cosa chiederGli. Ecco perché Gesù con autorità e ripetutamente ce lo insegna, si tratta di legare preghiera vita e Dio Padre. Il povero di cui parla il Siràcide non è solo l’indigente, la vedova o l’orfano, ma è anche l’abbandono fiducioso di Paolo che va incontro al martirio come verso la sua vittoria e l’umiltà del pubblicano della parabola che non ha meriti su cui contare davanti a Dio, ma sa di vivere nel Suo perdono.

La parabola del fariseo e del pubblicano educa, appunto, a uno stile di preghiera a partire da esperienze concrete.

Il fariseo, “stando in piedi”, da autosufficiente, sviluppa una preghiera tutta incentrata su se stesso (“prega tra sé”) e ritenendosi migliore e più praticante degli altri non si sente in relazione se non con la riuscita del suo operato e del suo essere. Dio è chiamato in causa quasi a sanzionare l’autosufficienza del bene compiuto, non c’è sentimento grato di dipendenza verso di Lui.

Il pubblicano, invece, ‘si ferma a distanza’ perché sa di non potersi candidare di ‘stare davanti o vicino’ a Dio, con gli occhi rivolti a terra come colui che non vale nulla, ‘battendosi il petto’ come chi ha coscienza di essere indegno di quella relazione che sta per vivere, ebbene questo pubblicano chiede pietà per la condizione di peccatore.

Per comprendere la profonda diversità delle due forme di preghiera illustrate dai due personaggi della parabola di Gesù, ricordiamoci che la Scrittura, considerando l’uomo nella sua integralità, tratta della nostra interiorità anche attraverso la descrizione degli atteggiamenti esteriori, mediante le parole e con quanto si esprime la nostra corporeità. Il fariseo presuntuoso esibisce la sua correttezza e ha la pretesa “di non essere come gli altri uomini…e neppure come il pubblicano”(Lc 18,11); osa confrontare la sua bontà con quella di Dio e non ritiene di vivere per la Sua gratuità. Il pubblicano, invece, guardando con coraggio la propria verità, si riconosce peccatore, e non potendo vantarsi e nulla esigere confida in Dio e non su se stesso. E umilmente chiede ‘la pietà di Dio’. Gesù loda e propone questo secondo modo di pregare; non disprezza le opere del fariseo e non elogia la vita da pubblicano. Però, il Signore Risorto ci rivela che Dio fa grazia e col suo perdono ci fa cambiare vita. L’autentica preghiera evangelica tiene strettamente collegato lo stile di vita cristiana con la nostra esperienza di Dio.      

 

+Francesco Giovanni, arcivescovo  

 

Ultimo aggiornamento ( Venerdì 29 Ottobre 2010 08:03 )

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