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La buona notizia (Archivio)

XXXIV domenica del tempo ordinario

Sulla croce di Gesù misero la scritta: “Costui è il re dei giudei”(Lc 23,38). Un enorme paradosso sta al cuore della fede dei cristiani: dal più profondo della sua sofferenza, dalla croce Gesù esercita la sua regalità, diversa e singolare. Diventa centro del genere umano ricapitolando tutte le cose, come aveva scritto papa Pio XI nel 1925 istituendo questa solennità. Celebrare Cristo re dell’universo vuol dire riconoscere il suo potere regale che consiste nel dare la vita, introdurre cioè tutti gli uomini nella salvezza ed esaltare “il primato su tutte le cose”(23,18). La liturgia accosta la figura di Davide consacrato re delle tribù di Israele come prefigurazione di Cristo re dell’universo.

 Il brano della lettera di Paolo ai Colossesi è un inno di lode e di ringraziamento a Dio per il dono di Cristo, re di pace a prezzo del suo sangue. I capi, deridendolo, sfidano Gesù in croce invitandolo a salvare se stesso; la sua risposta è coerente con l’annientamento (kenosi) dell’incarnazione. Il mistero della divinità è nascosto dalla carne, ora il suo amore redentore passa attraverso la sua morte che per noi significa fallimento. Egli non risponde; il suo silenzio custodisce la sua risposta di obbedienza al Padre e la fiducia in Lui, presente e che lo ascolta, è più forte dell’insuccesso drammatico della morte di croce. Ce ne danno conferma le parole che Luca mette sulle labbra di Gesù agonizzante: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”(46). A questo punto appare lo struggente e inaspettato colloquio col ‘buon ladrone’, il primo dei salvati, che inaugura la schiera di quanti intraprendono il cammino verso il regno e realizza la parola di Gesù: “Vi sono ultimi che saranno primi e primi che saranno ultimi” (Lc 13,30). “Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno”(42). Questo modo di morire fidandosi di Dio induce il ladrone a usare il nome santissimo di Gesù con tutta la fede che un disperato moribondo, e forse colpevole, può provare. Infatti, invece di occuparsi delle sua morte, Gesù “gli rispose: “in verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso”(43). L’evangelista, con la narrazione del buon ladrone, ci fa fare un cammino progressivo di fede: la morte in croce diventa il segno della regalità di Cristo, la perfezione divina di un amore che accoglie, perdona, riscatta e libera per un destino che è quello del buon pastore. Nel momento in cui abbiamo il coraggio di affidarci a quel re finito in croce, debole tra i deboli e ultimo tra gli ultimi, Egli assicura oggi, già da ora una vita di comunione con Lui.

 Bisogna essere con Gesù perché questo nome salva. Il Crocifisso esprime l’infinita compassione di Dio per l’uomo, attua la fedeltà a Dio e all’uomo senza evitare la debolezza e la paura della morte. Gesù, con la morte in croce e la sua risurrezione, rivela un potere sulla vita: questa viene liberata dal peccato e dalla morte, viene messa in comunione amorosa con Dio Padre. “Chi vuol salvare la propria vita la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà”(9,24). Dal Crocifisso, temerariamente come hanno fatto i santi, si deve avere il coraggio di ottenere ogni bene.

   +Francesco Giovanni, arcivescovo

Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 01 Dicembre 2010 13:16 )

 

XXXIII Domenica del tempo Ordinario

Proverbi 31,10-13.19-20.30-31; 1a Tessalonicési 5,1-6; Matteo 25,14-30

Gesù non vuole che noi siamo all’oscuro sulla nostra vera condizione umana. Per questo, la liturgia, verso la fine dell’anno liturgico, porta la meditazione sulla nostra attesa dell’incontro e sulla responsabilità che abbiamo di fronte alla storia. La Parola di Dio di questa domenica, infatti, ci fornisce criteri precisi di discernimento per condurre la nostra esistenza secondo vigilanza e impegno per mettere a frutto i talenti: “…il Signore verrà come un ladro di notte…noi non apparteniamo alla notte, né alle tenebre. Non dormiamo dunque come gli altri, ma vigiliamo e siamo sobri”(1a Ts 5,1-6). Ancora la domanda: che senso dare alla storia della nostra vita attuale, come vivere nell’attesa del futuro?

La parabola dell’ “uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni (talenti)…e dopo molto tempo… tornò”(Mt 25,14.19) vuole proprio portare l’attenzione sullo spazio di tempo donato, sul frattempo che separa il credente dall’incontro finale col Signore. Questo ricco proprietario dimostra di avere piena fiducia nei suoi servi perché affida alla loro libera iniziativa la responsabilità di mettere a profitto i talenti : “secondo la capacità di ciascuno”(15). E’ vero, è esigente e ha la fama d’essere duro, ma la confidenza e la stima che ripone nei servi è maggiore della paura di mettere a rischio il suo capitale, per questo pretende qualcosa di più! Due dei servi corrispondono subito e con impegno operoso alla fiducia riposta in loro dal padrone. Il loro agire produce frutto abbondante: il primo “ne guadagnò altri cinque” e il secondo “altri due”(16-17). La resa dei conti con prontezza e trasparenza fa capire che avevano familiarità con le intenzioni del padrone; essendo buoni conoscevano lo scopo buono del padrone, in quanto fedeli hanno avuto cura premurosa dei talenti e si sono applicati con coscienza responsabile a farli fruttare. Il buon esito della prova induce il padrone ad affidare loro compiti maggiori e a chiamarli a condividere la sua stessa gioia: “sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”(21).

Il terzo servo si sente dipendente dal padrone, ma non gli si sottopone con solerzia e fiducia; il concetto che ha di lui, di un uomo duro che ‘miete dove non ha seminato’ e ‘raccoglie dove non ha sparso’, gli impedisce sia di sperperare il talento, sia di usarlo per sé. Una mortificante opinione del padrone induce il servo sfaticato (okneré) e svogliato a restituire il talento come l’ha ricevuto: “ Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”(25). L’infingardaggine, cioè la non messa a profitto del talento da parte del servo è occasione che rivela la sua malvagità perché non ha compreso e corrisposto alla fiducia del padrone. Il dono del talento, cioè la proposta della salvezza da parte di Cristo esprime gratuità, coraggio, libertà, generosità. Se siamo figli del giorno, il Risorto attende che la nostra vita sia una risposta sempre più intensa, più credibile e vera al Suo amore.

 

 

 

+Francesco Giovanni, arcivescovo     

 

 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Martedì 15 Novembre 2011 19:49 )

 

XXXIII domenica del tempo ordinario

Malachìa 3,19-20a; 2Tessalonicési 3,7-12; Luca 21,5-19

“Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita”(Lc 21,19). La conclusione dell’anno liturgico, questa è la penultima domenica, ci conduce a pensare alla fine del mondo e la liturgia ci sollecita a ravvivare la nostra attesa dell’avvenimento che è Cristo Risorto. Fin dai tempi più lontani l’uomo cerca di sconfiggere la sua paura dell’avvenire immaginando, predicendo, cercando d’indovinare come sarà il domani. Quante personalità, anche importanti e dell’alta finanza, consultano maghi e oroscopi prima d’intraprendere iniziative serie e importanti nel desiderio di prevedere momenti favorevoli o meno! “Alcuni”(Lc 21,5) attirano l’attenzione ammirata di Gesù sulla bellezza e lo splendore della costruzione del tempio di Gerusalemme. A questo elogio orgoglioso ed entusiasta, Gesù, rispondendo, usa il consueto linguaggio dei profeti: “Verranno giorni…”(6) a cui corrisponde lo stupore meravigliato e curioso della domanda: “Quando accadranno queste cose e quale sarà il segno…?”(7). Nel vangelo non sono mai soddisfatti interrogativi del genere, Gesù esorta piuttosto a vivere il tempo presente invitando a fare attenzione a non lasciarsi fuorviare da falsi profeti o previsioni ingannevoli: “Badate di non lasciarvi ingannare”(8). L’invito al discernimento e alla vigilanza è pressante: ‘non andate dietro a loro, non vi terrorizzate’(8-9). Male, guerre, rivolte, odi, cattiverie, disastri non sono segni tipici o annunciatori della fine dei tempi; appartengono alla storia dell’uomo e il cristiano deve cercare di viverli come invito alla conversione (Lc 13,1-5) e come tempo opportuno per esercitare la misericordia. I discepoli di Gesù debbono stare attenti a coltivare la fiducia nella parola del Maestro perché “…prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno…”(12). L’odio e la persecuzione sofferti da Gesù metteranno alla prova anche la vita dei cristiani che pur subendo violenza dagli avversari e per il nome di Cristo, tuttavia il Maestro stesso li rassicura: “io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere”(15). Perché parola e sapienza debbono venire dall’Alto? Nel corpo a corpo in difesa della sua vita il cristiano deve morire come Gesù: preoccupato di essere occasione di salvezza per il persecutore. Proprio come Stefano, il protomartire che lapidato dai correligionari muore affidando la sua vita a Gesù, che appare dritto (risorto) alla destra del Padre, e lo sostiene nel chiedere perdono per i lapidatori. Così muore Gesù in croce! La parola che può toccare il cuore del persecutore deve venire da una sapienza divina; così anche la morte del discepolo diventa salvifica. E il Signore Risorto ci promette che “…nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto”(18), per garantirci quanto Gli sono cari il nostro corpo e la nostra esistenza. Bisogna confidare in Lui e saper perseverare nella fedeltà al suo vangelo perché questa è la forza che inaugura un mondo nuovo e al quale ci convoca. Cristo è l’avvenire continuo nostro e dell’umanità.       
  +Francesco Giovanni, arcivescovo 
 

XXXII Domenica del Tempo Ordinario

 

Sapienza 6,12-16; 1a Tessalonicési 4,13-18; Matteo 25,1-13

Il brano dell’evangelista Matteo ci aiuta a rispondere a una domanda importante: come vivere nell’attesa della venuta del Signore? Perché il discepolo dev’essere prudente come le vergini sagge (frónimoi) della parabola? Che cosa vuol dire: “Vegliate dunque…”(Mt 25,13).

L’usanza rituale del matrimonio prevedeva che lo sposo si recasse a prendere la sposa nella casa paterna e, con un corteo festante di persone, entrambi venissero accompagnati alla casa dello sposo dove con un banchetto veniva sancìto il matrimonio. Amiche e ‘damigelle’ con lampade e fiaccole facevano parte del corteo e ne illuminavano il tragitto, attendendo l’arrivo dello sposo che poteva ritardare e, per questo, dovevano continuare ad alimentare con l’olio i lumi. Le dieci vergini della parabola svolgono un identico compito, ma nel vivere il presente dell’attesa cinque dimostrano di essere sagge, prudenti, fidate e fedeli. Le altre cinque sono chiamate da Gesù stolte (mωraì) perché “presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio”(3). Non è richiesto che siano trovate sveglie. Ciò che distingue le sagge è che nel momento in cui si debbono mettere in attività hanno la provvista d’olio necessaria per l’accompagnamento del corteo nuziale. Le vie divergono: queste, le sagge, condivideranno il banchetto di nozze; le altre subiranno il comportamento della stoltezza: saranno escluse dalla festa.

 Gesù ci indica come comportarci ora, che cosa è in gioco per noi nel tempo della nostra storia. Ora viviamo in attesa del non-ancora-compiuto. Non dobbiamo preoccuparci di stare svegli, ma orientare coerentemente e risolutamente tutta la nostra vita a Lui, lo Sposo. Le stolte avevano coscienza di aspettare e cercarono di rimediare un po’ d’olio per partecipare al convito nuziale: “Più tardi arrivarono…incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “…non vi conosco”(11). Non si può chiedere l’olio a chi non può darlo, né tentare acquisti surrettizi all’ultima ora. Il Signore quando arriva invita a prendere parte alla festa, alla comunione gioiosa e beatifica nel posto che ha preparato per i servi ‘buoni e fedeli’. Possiamo essere pronti per la futura chiamata del Signore solo vivendo il presente come occasione singolare di grazia (kairòs). Per questo dobbiamo stare vigilanti: che non ci sorprenda la tentazione d’impegnare la nostra passione e il nostro amore per realtà o persone più importanti della Sua Persona, della Sua presenza, della Sua venuta.                                        

+Francesco Giovanni, arcivescovo

 

Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 09 Novembre 2011 10:28 )

 

XXXII domenica del tempo ordinario

2Maccabei 7,1-2.914; 2Tessalonicesi 2,16-3,5; Luca 20,27-38

“Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe”. Dio non è dei morti, ma dei viventi perché tutti vivono per Lui”(Lc 20,37b-38). Come non possiamo sfuggire alla morte, così non possiamo esimerci dall’interrogarci su quello che ci attende dopo. Molti rispondono “niente”, alcuni ritengono che il bene compiuto sia utile per una reincarnazione, i greci ci propongono una certa esistenza immortale oltre l’ombra della morte; i sadducèi, coloro che pongono a Gesù il caso descritto nel vangelo odierno, rifiutavano di credere ad una risurrezione dei morti. Eppure, noi uomini cerchiamo una parola che non solo ci prometta un futuro felice, ma che ci conforti nell’ora e nel qui della nostra vita per compiere sensatamente e con fiducia il bene per noi e per tutta l’umanità. Paolo, ai cristiani di Tessalonica, scrive che Dio ha dato una buona speranza che è di conforto ai cuori e li conferma in ogni opera e parola di bene (cfr. 2Ts 2,17). La testimonianza dei Maccabèi, nella prima lettura, ci fa cogliere come la profonda fiducia nella risurrezione dei sette fratelli martiri sia in grado di mantenerli fedeli al Signore anche nel tempo terribile e duro della persecuzione: “E’ preferibile morire per mano degli uomini, quando da Dio si ha la speranza di essere da lui di nuovo risuscitati”(2Mac 7,14).
Ma l’intervento di Gesù a proposito della questione postagli dai sadducèi: “La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie?”(Lc 20,33), dopo essere rimasta vedova sette volte, vuole portarci su di un piano diverso, alto e autentico: l’uomo non è in grado di porre rimedio plausibile alla morte. Nel Signore Gesù siamo diventati figli di Dio, gli apparteniamo. Nel suo Amore ogni altro nostro amore può trovare definitività, significato e consistenza contro la voracità insaziabile della morte. In Gesù Cristo Dio si presenterà per sempre il Dio di qualcuno. Anche quando Dio cambia nome ad Abramo vi mette dentro qualcosa della sua stessa radice e consistenza eterna del suo essere Dio. Gesù nel vangelo ci dice che la sua speranza è fondata sulla fedeltà di Dio, di cui Lui è il compimento. L’offerta della sua vita per redimere la nostra è legata alla certezza che Dio è con noi in ogni istante della nostra esistenza, persino nella morte. Se Dio Padre è con noi nella morte, certamente noi saremo con Lui nella vita che non ha fine. A Lui apparteniamo, a Lui torniamo, in Lui dimoriamo per sempre. La speranza che scaturisce da Gesù Risorto di fronte all’esperienza della morte ci deve far esclamare con Tommaso: “Mio Signore e mio Dio!”(Gv 20,28).
 Non possiamo dimenticare la certezza fiduciosa e pensosa ad un tempo espressa, magnificamente, da San Francesco d’Assisi ne Il cantico delle Creature: “Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente po’ scappare…”.
                           +Francesco Giovanni, arcivescovo
 

XXXI Domenica del Tempo Ordinario

 

Malachìa 1,14b-2,2b.8-10; 1a Tessalonicési 2,7b-9.13; Matteo 23,1-12

L’invettiva di Gesù nei riguardi degli scribi e dei farisei, dicono e non fanno (Mt 23,3c), è rivolta anche a tutti noi cristiani e proprio per questo il Suo insegnamento si articola diversamente e assume sfumature spirituali singolari. I maestri in Israele, riconosciuti come autorevoli dottori della Legge, ne approfittano per affermare la loro diversità e superiorità. Gesù mette sull’avviso perché si abusa di questa posizione. Perciò insegna ai discepoli come devono considerare il loro reciproco rapporto (23,8-10), come dev’essere impiegata tra loro una speciale posizione: “Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo”(11), e che cosa ci si deve attendere da Dio: “chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato”(12). Colui che esercita l’autorità di maestro, diventa non credibile e scredita il suo insegnamento se le parole contraddicono i fatti. Il bene va fatto per se stesso e in riferimento a Dio, non per farsi vedere o far colpo sugli uomini e dominarli. Il comportamento farisaico non mette Dio al centro, né la dignità dell’ufficio, né il bene delle persone affidate alle cure dei capi. Gli atteggiamenti degli scribi e dei farisei stigmatizzati da Gesù possono rappresentare un pericolo anche per i capi della Comunità dei cristiani e all’interno delle gerarchie stesse.

Il significato di Cristo e di Dio è uguale per tutti i cristiani. Per ognuno di noi l’unico, vero Maestro e guida è Cristo (8.10), l’unico vero Padre è Dio (9). Tutti siamo rimandati a quest’unico Maestro e all’unico Padre. Questo rapporto comune e uguale con Cristo e con Dio è il nuovo e rigoroso presupposto di tutte le altre relazioni, in particolare per renderle autentiche e credibili. I cristiani in quanto fratelli sono posti sullo stesso piano, figli di un unico Padre e quindi si debbono comportare come fratelli di uguale dignità. Gesù non vuole livellare i talenti, né mortificare i carismi. I discepoli si comportino pure da maestro, padre, guida. Lo facciano però non a nome proprio, ma in forza del legame con l’unico Maestro e l’unico vero Padre.

Questo compito va svolto responsabilmente come servizio verso tutti ed esercizio di fraternità. Solo così si spengono la sete di potere e l’ambizione di coloro che stanno in alto, e l’arbitrio di coloro che vengono dal basso. Il discepolo deve diventare un testimone che consenta di imitare Cristo, Maestro e Guida, il solo a rivelarci il volto dell’unico Padre. Ci aiuti il coraggio di Paolo: “divenite miei imitatori, come io lo sono di Cristo”( 1Cor 11,1).


+Francesco Giovanni, arcivescovo

 

Ultimo aggiornamento ( Giovedì 03 Novembre 2011 09:52 )

 

XXXI Domenica del Tempo Ordinario

Sapienza 11,22-12,2; 2Tessalonicesi 1,11-2,2; Luca 19,1-10

“Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto”(Lc 19,10). Così Gesù conclude la sua visita in casa di Zaccheo il riscuotitore di tasse a favore degli occupatori pagani, incontro alquanto fuori dalla consuetudine ma tutt’altro che casuale; i pubblicani erano particolarmente odiati dalla gente per l’esosità con cui garantivano le imposte per le opere pubbliche di Roma e perché considerati collaborazionisti politici con gli usurpatori dell’indipendenza d’Israele. Quest’uomo, oggetto della disapprovazione generale, infatti “tutti mormoravano” per il fatto che il Rabbì Gesù “è entrato in casa di un peccatore!”(7), forse era anche un po’ invidiato per la ricchezza accumulata. E a quanti questa fa gola!
Tuttavia, non conoscendo Gesù: “…corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro, perché doveva passare di là”(4). L’ometto incuriosito, dall’alto di una pianta “perché era piccolo di statura”(3), (non ci è dato di sapere bene se l’allusione alla statura è morale o fisica!), voleva spiare tra le fronde, meno esposto così all’osservazione di tutti!, Gesù mentre passava tra la folla. Posizione ridicola per un personaggio simile, ma privilegiata e discreta rispetto agli altri. E avviene l’imprevedibile della grazia! Viene chiamato per nome proprio lui quasi conoscenza pregressa, e senza indugio Gesù gli manifesta che c’è una prossimità nuova da realizzare e vivere: “scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua”(6), una promessa antica da proclamare come compiuta: “anch’egli è figlio di Abramo”(9). Il Signore Gesù attua in Zaccheo quanto leggiamo nella prima lettura della Sapienza: “ Hai compassione di tutti, chiudi gli occhi sui peccati degli uomini, aspettando il loro pentimento. Per questo tu correggi a poco a poco quelli che sbagliano e li ammonisci…perché messa da parte ogni malizia, credano in te, Signore”(Sap 11,23-12,2). Zaccheo nell’incontro con Gesù scopre di ricevere una forza che gli fa cambiare vita, non viene alienato da sé. Riesce a leggere tutta la sua esistenza con la  verità e tenerezza con le quali la vede Dio, alla luce di una legge più intima e più esigente, e senza che Gesù lo abbia costretto all’esame di coscienza o a fare gli esercizi spirituali: “alzatosi,… : “Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto”(Lc19,8). Da chi ha imparato Zaccheo una norma (“restituisco quattro volte”) tanto rigorosa (superiore a quella ebraica e a quella romana) per riparare l’ingiustizia e per liberarsi (“la metà ai poveri”) dalla ricchezza frutto del male compiuto? E’ l’incontro con Gesù che solo “è venuto a cercarlo”(10). Anche per le nostre strade deve passare il Risorto ogni giorno e ci cerca tra i nostri nascondimenti come ha fatto con Zaccheo, per dirci “oggi per questa casa è venuta la salvezza”(9).

                                    

+Francesco Giovanni, arcivescovo    

Ultimo aggiornamento ( Sabato 20 Novembre 2010 17:51 )

 

XXX Domenica del Tempo Ordinario

 

Esodo 22,20-26; 1a Tessalonicési 1,5c-10; Matteo 22,34-40

La prima lettura, tolta dal libro dell’Esodo, ci presenta Dio difensore dello straniero, della vedova, dell’orfano, del povero; Egli dà ascolto al debole che lo invoca e Lui stesso prende le sue difese. Anche Paolo, nel brano della prima lettera ai Tessalonicési, tratta dell’amore di Dio; chi ama Dio accoglie la Parola del Vangelo trasmessa dall’Apostolo, abbandona gli idoli per affidarsi esclusivamente e totalmente a Lui, Lo serve nei fratelli fino alla venuta di Cristo.

Nel vangelo è Gesù stesso che illustra il grande comandamento. Di fronte ai 613 precetti, comandamenti e divieti della tradizione dell’Antico Testamento poteva essere forse comprensibile la domanda posta a Gesù dal dottore della legge. Come mantenersi sulla via della vita? Che cosa vuole Dio dall’uomo e questi che cosa deve fare in primo luogo per essere in comunione autentica con Lui? Anche se l’interrogante ha l’intenzione di porre in difficoltà Gesù per la complessità del problema sotteso alla domanda, tuttavia Gesù risponde chiaramente e decisamente come Maestro autentico e autorevole: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento”(22,37-38). E l’espressione è ripresa alla lettera dal Deuteronomio (6,5) all’interno della preghiera lo Shema, che il buon giudeo recita mattino e sera. L’amato èil Signore, tuo Dio”. Egli non è estraneo, né sconosciuto: “Voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio”(cfr. Ger 11,4; 24,7; 30,22). Non si tratta di amare un essere astratto o un divino impersonale, ma il Dio che si è rivelato ai Padri e la cui pienezza rivelativa sta avvenendo in Gesù stesso. L’insistenza sul tuo e sul tutto significa che l’essere personale e integrale dell’uomo deve orientarsi a Dio, aprirsi a Lui, cercarlo, andare verso di Lui; sotto tutti gli aspetti questo è il comportamento più importante per l’uomo.

Di sua iniziativa Gesù indica anche un secondo comandamento: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”(22,39). Lo si trova nell’Antico Testamento, nel Levitico (19,18), ma è solo Gesù a collegare così profondamente questo comandamento al primo. Pure nei confronti del prossimo vengono evidenziati la relazione e il legame personale: tuo prossimo che, nella parabola del buon Samaritano, Gesù descrive essere ogni uomo che si trova nella necessità e ha bisogno di aiuto. “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro”(7,12). Quanto siano importanti i due comandamenti e come siano legati tra loro, tanto dare a tutti gli altri significato, lo ricorda l’osservazione finale di Gesù: “Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti”(22,40).

+Francesco Giovanni, arcivescovo

 

 

Ultimo aggiornamento ( Venerdì 28 Ottobre 2011 08:22 )

 
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