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La buona notizia (Archivio)

VII Domenica del Tempo Ordinario

  E' una cosa rara sentire parlar di peccato ai nostri giorni. Ormai non esiste più per la gente una regola precisa a cui riferirsi: si sono diffusi due concetti: libertà e piacere, faccio quello che voglio, faccio quello che più mi piace. Ci sono delle regole di comportamento fra le persone, ma solo per gli onesti. L'uomo è diventato misura di tutte le cose: pur riconoscendo un certo limite nella malattia e nella morte, ma è tabù, guai a parlarne, solo menzionare certe parole provoca disagio e scongiuri.

  Il castello di cartone prima o poi crolla: giù la maschera, arriva la contraddizione, la tristezza, il disorientamento.

La Parola di Dio arriva in questo guazzabuio, è come uno specchio per vedere la propria immagine: spesso sfigurata così differente da quella crreata all'inizio, a immagine di Dio.(Gen. 1,21) Un uomo onesto si confronta con questa Parola, anche se non crede,come si confronta con ogni altra parola che ascolta nella sua vita, e si riconosce bisognoso di modifica, si riconosce peccatore: ha trovato il perché del suo malessere, del suo disorientamento. La voce del profeta Isaia fornisce una prima regola, un primo passo: non ricordate più le cose passate (Is; 43, 18-19) se sei malato vai dal medico, se hai peccato senti che non hai la possibilità di venirne fuori, vorresti, ma non hai la capacità. Chi mi aiuterà?Il secondo passo lo facciamo insieme al Signore. " Ecco, io faccio una cosa nuova, cancello tutti i tuoi misfatti e non ricordo più i tuoi peccati".

  Il brano del vangelo di S. Marco (Mc. 2, 1-12) racconta che Gesù ha perdonato i peccati a un paralitico, con grave scandalo degli scribi  presenti: chi può rimettere i peccati se non Dio solo?

   E Gesù dimostra di essere Dio guarendo il paralitico con grande meraviglia della gentte che lodò Dio: non abbiamo mai visto nulla di simile. Gesù non solo restituisce la salute fisica al paralitico, ma per rimproverare l'incredulità degli scribi, mostrò la potenza della sua natura divina con la quale vedeva i segreti dei cuori, così nessuno più dubitò che aveva rimesso i peccati. l'incredulità degli scribi, mentre cercavano di opporsi al Signore rese testimonianza alla verità e, mentre negava che il Figlio di Dio fosse Dio, ne fece professione. (S. Cromazio di Aquileia, dal Commento a S. Matteo)

   La buona notizia, se accolta, mi da la forza di ricominciare, di rinnovarmi: non sono più solo, posso allora pregare insieme ai miei fratelli peccatori con le parole del salmo 40 "Rinnovaci, Signore con il tuo perdono".  Il Signore ha dato agli apostoli e quindi alla Chiesa il potere di rimettere i peccati perché  nella storia fosse resa attuale la possibilità di riconciliarsi con Dio, con se stesso e con gli altri.

E' bello ciò che incomincia! Un bambino che nasce, un progetto, un senso nuovo che si da ad una azione ripetitiva, un nuovo stile di vita animato dalla fede , rinnovare ogni gorno il dono di sé nella famiglia, nella comunità. E' bello programmare la vita utilizzando i doni del Signore, è bello ripartire, sapendo che è forte non chi non cade, ma chi cade e si rialza, è bello vivere il presente con il suo carico di felicità, perché il Regno di Dio è già in mezzo a noi.

                                                                                                                                                 Don Nello Tranzocchi

Is. 43, 1819.  21-22.24-25 , 2Cor. 2, 1822 ; Mc. 2,1-12
 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 20 Febbraio 2012 20:21 )

 

VI Domenica del Tempo Ordinario

 Non avremmo voluto mai incontrare nella nostra storia situazioni di disagio in cui si vive l'emarginazione: tanti, troppi esempi che contraddicono il desiderio delle persone di vivere in comunione, in amicizia, nella relazione più completa.
Facilmente oggi questa parola si riferisce a drogati, alcolisti, a chi è comunque affetto da dipendenza, a estracomunitari, minorati, a chiunque può recare disturbo alla comunità, ma non prendiamo in considerazione chi si autoemargina, non avendo stima di sé, sentendosi inferiore  o a disagio all'interno di un gruppo.

   La parola di Dio ci ripropone il problema come vissuto al tempo di Mosè (Lev. 13,45-46) riferendolo al malato di lebbra, malattia infettiva:" Sarà impuro finché durerà in lui il male, se ne starà solo, abiterà fuori dell'accampamento." Gesù, nel racconto di S, Marco (Mc. 1, 40-45)

viene avvicinato contro ogni regola da un lebbroso, e contro ogni regola Gesù lo tocca: ne segue la guarigione, la purificazione, ma al di là della legge Gesù vede la fede del malato. Il lebbroso vede l'uomo Gesù, adora Dio, non dubita della sua onnipotenza, crede che se vuole può purificarlo. Il Signore Gesù stende la sua mano, manifesta la sua potenza, non nasconde la sua forza, tocca l'uomo e fugge la lebbra. Tu credi che io posso: lo voglio perché tu credi. Può meravigliare che il Signore comandi di non dirlo a nessuno, ma di andare dal sacerdote. Predicare e annunciare ai popoli le meraviglie di Dio è  proprio del sacerdote: il lebbroso, anche se purificato non deve prendere il posto del sacerdote : deve essere riconosciuto obbediente agli ordinamenti della legge: è infatti puro chi è giudicato tale dal sacerdote, è di loro pertinenza separare il buono dal cattivo, il giusto dall'ingiusto, il puro dall'impuro. ( S. Bruno, Commento a Matteo)   Il lebbroso è cosi riammesso nella società, può tornare a vivere i suoi rapporti con la pienezza dei diritti riconosciuti dalla legge. 

   Gesù con questo miracolo mostra la sua divinità, ma mostra anche la sua umanità: ne ebbe compassione: l'uomo è creato per vivere in piena comunione nell'unità della famiglia di Dio.

   E' facile che il cuore dell'uomo si intenerisca per le sofferenze di un animale, ma meno per le sofferenze di una persona.: di fronte di un incidente, a uno stupro, la gente è per lo più indifferente, ha paura, scappa, per non dover testimoniare: sempre più spesso trionfa l'egoismo. E' urgente riscoprire la compassione, se muore, muore anche l'umanità. Di fronte a modelli della società violenti, prepotenti,arroganti, i cristiani oppongono compassione e dolcezza, seguendo l'insegnamento di Cristo: imparate da me che sono mite e umile di cuore.

Tante situazioni scabrose nei rapporti con le persone si possono migliorare con un gesto di dolcezza, con una parola gentile: è un segno di grande civiltà. Compassione è soffrire insieme,è condividere, è amare; altra cosa è la commiserazione: sentire tutta l'impotenza e rinunciare ad intervenire: poveretto!  Sentirselo dire provoca sentimenti di solitudine, di tristezza, di distanza da chi potrebbe darti una mano e scappa.

  Con le mie opere ti mostrerò la mia fede (Gc.2,18)  Gesù ha fatto e insegnato: basta ricordare la parabola del buon Samaritano " Un sacerdote scendeva per quella medesima strada, lo vide e passò oltre", ( Lc. 10,31) " Invece un Samaritano, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione" (Lc.10,33). Pochi minuti di distanza fra i due viandanti, un solo versetto separa il racconto di S. Luca, ma c'è tanta diversità come nel cuore delle persone, come c'è fra indifferenza e amore. Conclude l'esotazione di S. Paolo: "Fate tutto per la gloria di Dio"(!Cor. 10, 31)
Lev. 13, 1-2, 44-46 ;  1Cor. 10,31 - 11,1  ;  Mc. 1,40-45

 

Don Nello Tranzocchi

Ultimo aggiornamento ( Martedì 14 Febbraio 2012 20:05 )

 

V Domenica Del Tempo Ordinario

    La Parola proposta dalla liturgia di questa settimana comunica il rincorrersi di vita e dolore: apparentemente sono concetti antitetici: la vita è l'espressione di tutte le qualità e potenzialità di una persona, dà sicurezza, il dolore è il segno di una sofferenza che ne denuncia il male , la crisi e procura tristezza e affanno.

 

Il brano del libro di Giobbe ( 7,1-4. 6-7) è intriso di dolore e depressione:" I miei giorni scorrono più veloci di una spola, svaniscono senza un filo di speranza." C'è sempre stato per i più, il desiderio di anestetizzare il dolore: non sempre è stato possibile. Basta osservare come molti genitori educano i figli: ogni piccola sofferenza deve essere eliminata; il genitore dice." Io ho sofferto, ma mio figlio non deve soffrire". La vita è presentata molto facile, piana, una dolce illusione: gustare al massimo il piacere, ricercarlo con tutte le forze, con ogni mezzo.

 

 

Ma perché c'è il dolore? L'uomo non sa darsi una risposta. Ci sono gli interrogativi più profondi dell'uomo: quale è il significato del dolore, del male, della morte che malgrado ogni progresso continuano a sussistere?

 

 

Il brano del vangelo di S. Marco (MC. 1, 29-39) da un approccio diverso al problema: irrompe la figura di Gesù che guarisce la suocera di Pietro, poi tanti altri malati e indemoniati. Gesù cerca le persone e non le cose. Che cosa fece entrare Gesù nella casa di Pietro? Linfermità di una malata, una occasione di salvezza, un'opera di potenza divina; non osservò l'aspetto della casa, né la gente che accorreva, né l'accoglienza della famiglia, né tanto meno il decoro dell'arredamento: notò il lamento della malata, osservò l'ardore della febbre, e subito stese la mano per l'opera della sua divinità: la donna era restituita all salute, alla vita. ( S. Pier Crisologo, Omelia 18)

 

 

E lei si mise a servirli: un gesto che vuol esprimere un semplice grazie, ma che può anche dare un senso alla vta.

 

 

La Chiesa crede che Cristo dà sempre all'uomo, mediante il suo Spirito, luce e forza per rispondere alla sua suprema vocazione ( Gaudium et spes 10) , né è dato in terra agli uomini un altro nome in cui è stabilito che gli uomini possano essere salvati. (( At, 4, 12): L'amore, proprio sull'esempio di Gesù è la capacità di soffrire per la persona amata: cosa un marito, una moglie sono capaci di soffrire per il proprio coniuge, per i figli? E' il termometro dell'amore. Se amo non ho il dovere di soffrire, ho il diritto: nessuno me lo può togliere. Eppure il diritto a soffrire non sembra sia compreso fra i diritti dell'uomo: siamo in una dimensione totalmente diversa: è la buona notizia per chi soffre ed ama. Educare alla soffernza è educare a crescere, educare all'amore, educare a vivere.

 

 

Celebrare la giornata della vita ha senso solo per chi sa accettare la sofferenza: solo allora si co mincia ad apprezzare la vita : si guarda la realtà con occhi diversi, si torna alla essenzialità, ai valori veri; non è importante il piacere, sentimento passeggero, ma il bene che resta e realizza la persona.

 

 

La vera gioia è quella che nessuno ti può strappare, quella che viene dalla sofferena, dall'impegno, dall'amore: è farsi tutto a tutti per salvare ad ogni costo qualcuno. (1 Cor. 9, 22)

 

 

L'amore di Cristo diretto alla persona ha salvato il mondo; l'accoglienza di questo amore, di questo interesse per la la persona suscita la risposta a Gesù : gi apostoli lo testimoniano: "Tutti ti cercano". ( MC 1, 37)

 

 

Va, e anche tu fà lo stesso: ama.

 

 

Gb, 7, 1-4.6-7 ; 1Cor. 9, 16-19. 22-23 ; Mc. 1, 29-39

 

don Nello Tranzocchi

Ultimo aggiornamento ( Martedì 07 Febbraio 2012 09:03 )

 

IV Domenica del tempo Ordinario

 Molte volte e in diversi modi Dio ha parlato per mezzo dei profeti, negli ultimi tempi Egli ha parlato per mezzo del suo Figlio. Così abbiamo sentito più volte ripetere dalla liturgia nel tempo di Natale. La prima lettura ricorda Mosè che annuncia la venuta di un grande profeta (Deut. 18,15): "Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te un profeta pari a me. A lui darete ascolto". Il popolo di Israele, in effetti, aveva chiesto al Signore di non udire più la sua voce, per non morire: è stato esaudito. Arriva dunque il Grande Profeta, Gesù Cristo nella nostra carne mortale, che parla il nostro linguaggio e ci mostra il Padre: Lui non fa paura né nell'umiltà del presepio, né nella vita nascosta a Nazaret, né nel servizio della vita pubblica, né nel dolore offerto della sua passione e morte, e dopo la risurrezione i discepoli gioirono nel vedere il Signore ( Giov. 20, 20) e dopo la sua ascensione al Cielo tornarono a Gerusalemme con grande gioia ( Lc. 24, 52).Fin dall'inizio della vita pubblica Gesù insegnava come uno che ha autorità ( Mc. 1, 22) e non come glli scribi: Gesù è autorvole, è credibile per quello che dice e che fa; altri possono avere autorità perché conferita da uno più grande di loro, e si trovano a svolgere un servizio magari senza la necessaria preparazione e competenza.Anche S. Luca ( Lc 4,32) ci racconta che a Cafarnao, di sabato, Gesù insegnava, e la sua parola aveva autorità, guarì un uomo posseduto da uno spirito impuro. L'inizio delle guarigioni in giorno di sabato significa, secondo S. Ambrogio, che la nuova creazione comincia al punto in cui l'antica si era fermata e che il Figio di Dio fin dall'inizio della sua attività, voleva far capire di non essere suddito, ma superiore alla Legge: la Legge non è abolita, ma portata a compimento affinché l'uomo iniziasse a rinnovarsi.Ai nostri giorni Gesù parla attraverso la Chiesa, attraverso i cristiani. Principalmente parla attraveso il Romano Pontefice e i Vescovi uniti con lui: il Collegio Episcopale non ha autorità se non lo si concepisce insieme al Pontefice Romano, successore di Pietro, quale suo capo, e integra restando la sua potestà di primato su tutti, sia pastori che fedeli (LG, cap.22) : potestà piena, suprema, universale che può sempre esercitare liberamente.Gesù ha detto agli apostoli di andare e istruiure tutte le genti. Chi ascolta voi ascolta me, chi ascolta me ascolta Colui che mi ha mandato.L'autorevolezza nasce dalla coerenza fra il dire e il fare del testimone cristiano: la mediocrità, l'infedeltà, l'incoerenza l'ipocrisia, scompaiono dalla vita del profeta credibile: a tutti i livelli nella chiesa. Gesù viene a rovinare la coscienza impigrita e abitudinaria; " Esci da costui" grida Gesù a questa falsa coscienza.Molti oggi vogliono un cristianesimo facile, una Chiesa che faccia silenzio, un cristianesimo senza sacrificio, senza tante regole, comodo. A questo punto non serve più dirsi cristiani: anche i pagani fanno lo stesso.La sequela di Cristo è per persone autentiche, che la vivono in modo appassionato ed entusiasta.

S. Paolo (1Cor. 7, 32-35) in proposito dà indicazioni precise: restare fedeli al Signore senza deviazioni, senza troppe preoccupazioni per le cose del mondo che assillano il cuore.

Più grinta, per una Chiesa più viva.

Deut. 18, 15-20 ; 1 Cor. 7,32-35 ; Mc. 1, 21-28

don Nello Tranzocchi


 

Ultimo aggiornamento ( Sabato 04 Febbraio 2012 10:33 )

 

III° Domenica del Tempo Ordinario

 

Il Signore si presenta come colui che propone all'uomo di affidare la sua vita a ciò che è buono e duraturo. Il messaggio viene ripreso da S. Paolo nella seconda lettura della liturgia (1Cor. 7, 29-31).

E' troppo facile nel nostro tempo attaccare il cuore ai beni della terra: tutto ciò che è immediato, quantificabile, appetibile stimola il nostro interesse e favorisce il nostro piacere, ma.... passa la scena di questo mondo. Il rischio è grande: se non ho questo non ho più niente: è la grande confusione dell'uomo che non riesce a dominare questi beni, che gli sfuggono di mano.E' l'impotenza maggiore che oggi l'uomo si vive: non poter sfuggire alla morte.

Gesù di Nazaret annuncia di essere venuto perché tutti abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza: è questa una buona notizia. Lo stesso Gesù dice. " Il mio regno non è di questo mondo" ( Giov. 18,36) non è di quaggiù, ma di lassù. Si presenta come uno strano pesonaggio che ribadisce e ritrasmette una verità: le mie vie non sono le vostre vie, i miei pensieri non sono i vostri pensieri. Solo la conversione fa comprendere la buona notizia: convertitevi e credete. La conversione dei Niniviti dalla loro condotta malvagia intenerisce il cuore di Dio che si ravvide riguardo al male che aveva minacciato di fare e non lo fece (Gn. 3,10). Tutto quello che nell'Antico Testamento era stato annunciato dai profeti e desiderato dal popolo fedele con Gesù si avvera: il tempo è compiuto, il regno di Dio è vicino, è il tempo della gioia, della presenza del Messia, dello Sposo; i suoi discepoli non digiunano, si mette vino nuovo in otri nuovi (mc. 2, 19 . 22), c'è in giro aria di novità, di festa: il Dio di Gesù Cristo è il Dio che perdona, il Dio dell'amore. il Dio della gioia.

La chiamata di Andrea e Simone e subito dopo di Giacomo e Giovanni figli di Zebedeo è un segno di questa novità: qesti pescatori avevano appena visto Gesù e subito lasciarono la loro famiglia e il loro lavoro e iniziarono la sequela, affidando al Messia la loro vita. Gesù li pesca perché a lor volta essi peschino altri pescatori. In un primo momento essi sono fatti pesci per poter essere pescati da Cristo, poi essi pescheranno altri. La vera fede non conosce esitazioni. subito sente, subito crede, subito fa diventare pescatori. Da quali segni erano stati colpiti per seguirLo subito? Senz'altro gli occhi di Gesù e il suo volto dovevano irradiare qualcosa di divno, tanto che con faclità si convertivano coloro che lo guardavano. La Scrittura (mc. 10, 21-22) ci da un caso contrario, il giovane ricco, Gesù lo guardò negli occhi e lo amò,....ma il giovane abbassò gli occhi e se ne andò triste, perché aveva molti beni. La chiamata lascia sempre la libertà di risposta: ne segue l'entusiasmo e la gioia degli Apostoli che lasciano tutto, la tristezza del giovane che aveva il cuore nelle sue ricchezze. Gesù ha fiducia negli apostoli pescatori, e più tardi dopo la risurrezione (Giov 21, 6) dirà a Pietro e agli altri che erano con lui: "Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete" E fu grande peca: la potenza che compì il fatto strepitoso era di Gesù, la rete era di Pietro.

Ogni persona che cerca il Signore e si affida a Lui ha sempre qualcosa da mettere a sua disposizione.

La storia insegna, e continua.

Gn. 3, 1-5.10 ; 1Cor. 7, 29-31 ; MC. 1, 14-20

don Nello Tranzocchi

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 30 Gennaio 2012 21:33 )

 

II° Domenica del Tempo Ordinario

 

Il Signore nella Scrittura si presenta come Colui che chiama, da Adamo (Gen. 3,9) ad Abramo, (Gen.12,1) a Mosè (Es. 3,4) e a Samuele (3,4) nella prima lettura della Messa di oggi, e tanti altri profeti e re. Samuele crebbe, il Signore fu con lui, né lasciò andare a vuoto una sola delle sue parole.
La chiamata di Dio mostra l'interesse del Creatore verso la sua creatura: il chiamato risponde, cosciente dell'amore di Dio per lui, attento alle sue parole, alla sua volontà, per collaborare alla realizzazione di un progetto di Dio, anche se non sempre e non subito è capito chiaramente-
Il Figlio, il Verbo risponde alla chiamata del Padre ( Salmo 40,7-9) " Ecco, io vengo, nel rotolo del libro è scritto di fare la tua volontà. Mio Dio, questo io desidero". Gesù è il chiamato per eccellenza, dal Padre consacrato e inviato al mondo ( Gio. 10,36); é Lui che chiama i sui discepoli e li invia fino all'estremità della terra.
La chiamata dei primi discepoli come ci viene proposta dall'evangelista Giovanni (Giov. 1, 35-42)) risponde ad un preciso piano di Dio che aveva preparato con l'opera di Giovanni Battista la missione di Gesù. Giovanni stava con due dei suoi discepoli, egli era talmente amico dello Sposo che nom cercava la propria gloria, ma rendeva testimonianza alla verità: lui non cercò di trattenere presso di sé i suoi disccepoli, impedendo loro di seguire il Signore, anzi, indicò loro Colui che dovevano seguire. I discepoli da parte loro, consideravano Giovanni Battista come l'Agnello, ma il Battista sottolinea di non essere lui l'Agnello e indica in Gesù il vero Agnello di Dio. (Giov: 1, 29) E i suoi dicepoli sentendolo parlare così seguirono Gesù.
Il loro atteggiamento era di una sincera ricerca, i loro passi erano sempre più vicini a Gesù,tanto che il Desiderato si voltò, ed iniziò un breve essenziale colloquio che dimostra la volontà di Andrea, uno dei discepoli, e del suo amico di voler parlare con Gesù in un luogo riservato, appartato.
La risposta alla domanda di Gesù " che cosa cercate" è infatti fuori posto nella logica del linguaggio, ma è pertinente nei desideri di chi sente di avere una occasione unica di confrontarsi con un personaggio eccezionale: Maestro, dove dimori? Gesù apre loro il cuore prima della porta di casa dove abitava: e quel gorno di fermarono con Lui. L'evangelista Giovanni indica il momento esatto dell'incontro,: erano circa le quattro del pomeriggio.
Nella vita di ogni persona c'è un giorno, un'ora che lasciano un ricordo indimenticabile: così è stato per i ricercatori del Messia, un incontro che ha cambiato la loro vita, un'ora che avrebbero potuto lasciar passare , che invece hanno saputo cogliere al volo.
Nella vita di ogni persona è passato e passa Cristo. I tempi che viviamo non permettono perdite di tempo. E' l'ora di dare freschezza e bellezza alla nostra religione, superando le stanche abitudini; è l'ora del rinnovamento, di un maggiore impegno a collaborare con tutta la società nella vita spirituale, nel pensiero, nell'azione; è senz'altro un'ora di grazia, il momento in cui Dio chiede conto a ciascuno sulla nostra testimonianza. Andrea testimonia a suo fratello Simone, lo conduce a Gesù: inizia così l'avventura di Pietro come pescatore di uomini.
E' l'ora della risposta generosa che coinvolge tutta la vita, in una dedizione alla Chiesa, nella famiglia e nella vita consacrata: non mancano vocazioni, mancano risposte che riempiono di gioia la vita: è possibile superare la paura dell'impegno: il saggio aspetta e prende la sua ora.
Sam 3, 3-10.19 ; 1Cor. 6, 13-15. 17-20; Giov. 1, 35-42
don Nello Tranzocchi


 

 

Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 18 Gennaio 2012 09:21 )

 

Solennità dell'Epifania

*Is 60,1-6; Ef 3,2-3a.5-6; Mt 2,1-12     **Is 55,1.11; 1Gv 5,1-9; Mc 1,7-11

 

  *Isaia illustra in anticipo il contenuto racchiuso nella solennità dell’Epifanìa: “Alza gli occhi intorno e guarda: tutti costoro si sono radunati, vengono a te. I tuoi figli vengono da lontano, le tue figlie sono portate in braccio”(60,4). Se il Bambino della promessa, il Figlio di Dio si è incarnato, e lo riconoscono Maria e Giuseppe e i pastori, se Dio è venuto incontro all’uomo, a noi nella fragilità della nostra carne, tocca a noi ora metterci a ricercarlo e riconoscerlo. Attorno a Gesù e verso di Lui si svolge un grande movimento rivelativo (epifanìa=manifestazione): sono gli uomini alla ricerca di pienezza di vita e di un senso profondo da prospettare alla propria esistenza, i quali chiedono dove sta la felicità duratura e non ingannevole, in che cosa consiste l’amore fedele e gratùito, quale verità dà pace all’intelligenza e al cuore dell’uomo. Ecco i Magi: “vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: “Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo”(Mt 2,1-2). Guardando il cielo e le stelle, interrogando il futuro e desiderosi di conoscerlo si misero in cammino. Non si sa bene chi siano, né forse essi sanno che cosa scopriranno o chi li aspetta. Vivono dentro di sé l’ardore di trovare speranza da cui dissetare il desiderio di risposta alla sofferenza, all’ingiustizia, al male, all’egoismo. Gli abitanti di Gerusalemme, Erode e i sapienti della città, ai quali la fede dei Padri ha dato indicazioni precise e assicurato promesse fedeli da parte di Dio: “E tu Betlemme, terra di Giuda…da te uscirà…un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”(2,6), non si mettono in moto, non credono alla novità della Parola di Dio. La loro pratica la fanno coincidere con la libertà di Dio! I Magi, invece, arrivano al Bambino, lo riconoscono, gli offrono i loro doni. Provano una grandissima gioia che è propria di colui che ha scoperto che il bene rende il cuore libero, che l’incontro con il vangelo, dono e buona notizia per tutti, rende capaci di ritornare alla vita di ogni giorno “per un’altra strada”(2,12). Quella della nuova umanità redenta da Cristo.     

 

 

 **Nel battesimo, Giovanni riconosce la differenza essenziale che c’è tra la sua proposta di conversione e la forza della grazia che Gesù donerà con la sua morte e risurrezione. Gesù s’inserisce tra i peccatori, non perché abbia bisogno di perdono, ma perché è Dio stesso a rivelare il rapporto misterioso ma vero che Egli ha con Dio: “Tu sei il Figlio mio, l’amato; in te ho posto il mio compiacimento”(Mc 1,11). Ecco, chi è colui che è stato mandato nella carne e come Dio stia dalla sua parte. Questa rivelazione è fondamentale e programmatica. Gesù è preparato per la sua missione; può portare a compimento il battesimo con lo Spirito Santo annunciato. Agli uomini peccatori Egli reca in dono l’unione con Dio che Egli possiede perfettamente. Concedendo, mediante la fede, il perdono e la riconciliazione con Dio, Gesù realizza il compito del Figlio amato che è quello di rivelare Dio come Padre e di comunicare il Suo amore salvifico a tutti gli uomini.  +Francesco Giovanni, arcivescovo

Ultimo aggiornamento ( Giovedì 12 Gennaio 2012 17:38 )

 
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