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La buona notizia (Archivio)

XXIII Domenica del Tempo Ordinario

Sapienza 9,13-18; Filèmone 9b-10.12-17; Luca 14,25-33
 

I nostri ragionamenti sono timidi e incerti, la nostra cultura non sempre supera il noto, la vera sapienza viene dall’alto. Come contare allora i nostri giorni? Il loro susseguirsi e la nostra precarietà ci mettono davanti continuamente la domanda del senso della vita e del suo traguardo. “Quale uomo può conoscere il volere di Dio”(Sap 9,13)! Perché è sapienza riconoscere l’insufficienza della nostra ragione umana di fronte al mistero della vita personale e di quella dell’universo creato? Se rimane velato il progetto della divina volontà tuttavia “piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelarsi in persona e manifestare il mistero della sua volontà”(Dei Verbum, 2). Per questa vitale conoscenza la Parola di Dio (Divina Sapienza) si è incarnata e si è fatta nostra vita, nostra via e maestra di verità. Con l’esercizio della fede si accoglie il dono di Gesù Cristo e si prende riposo sulla Sua autorità, in questa sapienza. La fede interpella la persona nella sua esistenza concreta  ed esige un’adesione vitale, semplice (indivisibile!) e senza compromessi a Gesù Cristo; essa implica la rinuncia a ciò che si oppone all’Amore, bene in sé e bene per tutti gli uomini. Cristiano (discepolo) è colui che lascia tutto e segue il Signore, perché ha scoperto che Egli viene prima di tutto, anche dei più legittimi vincoli di sangue. Non li esclude, ma li subordina. Seguire Cristo è un’impresa degna dell’uomo, perciò bisogna impegnarsi, personalmente si deve essere previdenti come colui che “vuole costruire una torre”(Lc 14,28) e ne calcola prima la spesa per vedere se riuscirà a portarla a termine. Oppure, è bello rischiare comunitariamente, insieme agli altri come deve fare un “re che partendo in guerra contro un altro re siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini, chi gli viene incontro con ventimila”(31). Ecco l’impegno della battaglia che Gesù combatte con il discepolo e la propone nel vangelo a ogni cristiano: “…viene a me e mi ama più di quanto ami suo padre,…porta la propria croce e viene dietro a me,…rinuncia a tutti i suoi averi…”(14,26-33). Per seguire il Signore Gesù bisogna assumere la Sua ‘misura’; per entrare nel Regno e diventarne testimoni e annunciatori è necessario lasciarsi amare da Lui senza misura. 

 +Francesco Giovanni, arcivescovo
 

Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 08 Settembre 2010 11:56 )

 

XXII domenica del tempo ordinario

Nel mondo in cui viviamo il tema dell’umiltà è escluso da ogni considerazione. Domina il potente, viene ammirato chi riesce a prevalere, chi si afferma ad ogni costo, nella maniera giudicata più sicura anche se effimera e priva di ogni scrupolo. Il Siràcide, ci suggerisce la prima lettura, raccomanda invece: “Quanto più sei grande, tanto più fatti umile”(3,18).

A capire il segreto dell’umiltà cristiana ci aiuta Gesù che per la terza volta accetta d’essere invitato “un sabato a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare”(Lc 14,1). Egli osserva “come (pòs) gli invitati sceglievano i primi posti”(7) e coglie l’occasione, dall’atteggiamento di primeggiare e dalla smania di scegliere le posizioni più in vista degli ospiti, per raccontare la parabola di oggi. L’intenzione non è quella di proporre una tattica per raggiungere il posto migliore, né d’insegnare la buona educazione o comportamenti distinti. E’ un invito forte per un saggio discernimento, a rimettere a Dio la nostra vita: a riconoscere, cioè, che è Lui ad assegnarci il nostro vero posto. Nel regno di Dio non si gareggia per apparire o per meritare di arrivare primi; tutti sono invitati a mettersi al posto giusto e più idoneo al servizio: l’ultimo! Colui che riconosce questa condizione e la vive è umile e “chi si umilia sarà esaltato”(11). In questo dobbiamo riconoscere e vivere la stessa scelta di Dio che nell’incarnazione del Figlio suo Gesù si è fatto servo di tutti, ‘si è messo all’ultimo posto’. Per questo nella narrazione di Giovanni dell’ultima cena Pietro e gli Undici sono scandalizzati e confusi per l’ultimo posto assunto da Gesù nel lavare loro i piedi; e per di più propone come regola e fonte di beatitudine il vivere all’ultimo posto, quello del servo. Gli umili sono coloro che più assomigliano a Dio e quindi sono in grado di glorificarlo (Sir 3,20). Il prototipo è la Madre del Signore e lo riconosce nel suo magnificat.
 Nella seconda parte della parabola Gesù approfondisce il segreto dell’umiltà evangelica. A colui che l’ha invitato suggerisce di cambiare destinatari dell’invito: scegli coloro che non possono ricambiarti l’ospitalità: “poveri, storpi, zoppi, ciechi”(Lc 14,11). Queste persone sfortunate dipendono dagli altri; forse sono umili senza scelta, ma sanno cosa significa vivere proprio per la gratuità. Questa è l’anima dell’umiltà cristiana. Questa categorìa d’invitati non potrà ricambiare, il rapporto con loro non è legato ad una reciprocità di convenienza. Essi ricevono gratuitamente e le loro mani sono vuote di regali: “…sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la ricompensa alla risurrezione dei giusti”(14). Questo è il comportamento di Dio che tutti accoglie e che in Gesù Risorto manifesta per gli ultimi, coloro che si fidano di Lui, una predilezione e la propone come norma ai discepoli.                                
 
 +Francesco Giovanni, arcivescovo

Ultimo aggiornamento ( Sabato 04 Settembre 2010 12:11 )

 

XIX Domenica del Tempo Ordinario

 Se ci interroghiamo sul senso della nostra vita scopriamo che è un dono: è da amministrare con fedeltà e saggezza perché, come pellegrini, siamo orientati verso una mèta che è Dio stesso. Siamo invitati a vivere nell’attesa della venuta del Signore: “...pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese…simili a quelli che aspettano”(Lc 12,35). Caratteristica della vita cristiana è la vigilanza; essa ci dispone alla tensione continua verso il nostro autentico Futuro, Dio, ma ci rende ugualmente attenti e capaci di passione per il momento presente come Gesù nel vangelo.

 

 

 

 

 

Apocalisse 11,9a; 12,1-6a.10ab; 1Corinti 15,20-27a; Luca 1,39-56

Nel cuore del tempo delle ferie, dell’estate, del riposo, spesso del ritorno ai luoghi delle propria origine, la Chiesa ci fa contemplare la vergine Maria assunta in cielo. Non soltanto è una delle occasioni per onorare e invocare la Madonna, ma la festa vissuta e tanto cara all’Occidente come all’Oriente cristiano, la solennità, come canta il prefazio, rivela il compimento del mistero di salvezza e fa risplendere per il popolo di Dio, pellegrino sulla terra, un segno di consolazione e di sicura speranza.

Nella vicenda di due donne: l’anziana sterile Elisabetta e la giovane vergine Maria, dove era umanamente impensabile la maternità, Dio, fedele alla promessa di un Salvatore, la compie. Le antiche attese si adempiono; il Precursore che nascerà e “un bambino avvolto in fasce”(Lc2,12), che sarà ‘Dio con noi e Figlio di Dio’, sono avvenimenti che cambiano la storia del mondo, la vita di tutti gli uomini. Maria diventa il modello di coloro che si fidano di Dio; con fiducia, Lei porta a termine la sua gravidanza perché, così Le rivelò l’angelo, genererà nel tempo il Solo che vincerà il male e la morte (Ap 12,2.4-6).

 Maria assunta in cielo, (ricordiamo le numerosissime e splendide pitture di tutti i tempi nelle quali è onorata!), è segno e frutto della Pasqua di Cristo, rimanda al Signore Risorto. Con lo sguardo a questa Sua gloria, la liturgia cristiana ci sollecita a rivolgere i nostri cuori e i nostri progetti alla ‘vita eterna’, che è preparata anche per noi.

 Maria santissima sia per tutti occasione propizia di un buon ferragosto.

 

 +Francesco Giovanni, arcivescovo  

15 agosto Assunzione della Beata Vergine Maria

 

Ultimo aggiornamento ( Giovedì 26 Agosto 2010 08:04 )

 

XVII Domenica del Tempo Ordinario

Con la domanda dei discepoli: “Signore, insegnaci a pregare”(Lc 11,1) ci viene proposto dalla liturgia odierna il terzo pilastro della vita cristiana. La parabola del buon samaritano, invece, ci rivelò la prossimità: “Va’ e fa’ anche tu così”(10,37); nell’episodio di Marta e Maria Gesù stesso ci fece conoscere il valore fondante dell’ ‘ascoltare la parola di Dio’.

 Il Dio rivelatoci dalla Bibbia è disposto ad ascoltare le nostre domande, comprende il nostro modo d’invocarlo, si fa vicino a chi si rivolge a lui con fede. Invocarlo significa accettare la nostra dipendenza da Lui e quindi esige umiltà. Ecco l’audacia di Abramo nella prima lettura: “…ardisco parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere..”(Gen 18,27b) o l’amico insistente del brano evangelico: “…non ho nulla da offrirgli”(Lc 11,6). Gesù consegna ai discepoli il Padre Nostro (2-4) e ci mostra come dev’essere il nostro modo di stare davanti a Dio, anche se la parabola dell’amico importunato ci vuol far conoscere plasticamente come Dio si relaziona con noi. Un amico giunge inaspettato nel cuore della notte in casa di un suo amico, che manca di pane per dargli ristoro e questo secondo amico fiducioso ricorre ad un altro amico. Ma si sente rispondere: “Non m’importunare…non posso alzarmi per darti i pani”(7b). Come reagirà l’amico disturbato? Che cosa penserà? Esaudirà la domanda e soddisferà il bisogno dell’amico importuno? La risposta di Gesù è chiara e sicura: “…vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono”(9). Dunque, il primo amico se non ottiene volentieri per amicizia come dovrebbero fare i veri amici tra loro, otterrà per il suo domandare insistente, invadente, anaidèia=senza faccia, senza vergognarsi! Confidenza e fiducia spingono a pregare in questo modo soltanto chi sappiamo essere nostro amico. Il richiedente impudente torna a casa con più di quanto aveva richiesto: con il pane ha sperimentato la relazione di un amico sicuro, sul quale può contare senza paura ed esitazione. “…quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!”(13). Secondo l’apostolo Paolo possiamo gridare: “Abbà, Padre!”(Gal 4,6). E’ interessante la relazione tra questi tre amici. L’amicizia con Dio implica sempre la buona e confidente relazione con gli altri uomini. Del resto, il secondo amico della parabola bussa spudoratamente alla porta dell’amico perché lui stesso non ha indugiato a lasciarsi importunare nel cuore della notte. “Chiedete e vi sarà dato”(11,9) è il nostro rapporto sia con Dio sia con gli altri. La preghiera è intercessione: possiamo chiedere a Dio di darci solo se, a nostra volta, siamo disposti a donare abbondantemente a chi ci chiede.
+Francesco Giovanni, arcivescovo     
 

XVI Domenica del Tempo Ordinario

Gesù accolto ed ospitato nella casa dei suoi amici Lazzaro, Marta e Maria si rivela come Colui che ha un insegnamento autorevole da offrire, anzi è la Parola stessa di Dio. Se domenica scorsa ci ha insegnato la prossimità: “Va’ e anche tu fa’ così”(Lc 10,37), oggi afferma il secondo pilastro del credente: ‘ascoltare la parola di Dio’ ed è a questa che soprattutto Maria presta attenzione. La voce del Padre nella Trasfigurazione ce lo ha presentato così: “Questi è il Figlio mio, l’eletto: ascoltatelo!”(9,35). Maria di Betania ci viene descritta seduta ai piedi di Gesù tutta assorta, come discepolo devoto e insaziabile, ad ascoltare il Maestro. La sorella Marta, “distolta dai molti servizi”(10,40), si lamenta e vorrebbe vederla accanto e come lei attiva e operosa! Bisogna notare che Luca descrive l’agire di Marta usando il verbo ‘servire’ (diakoneìn) e non possiamo non ricordare che Gesù è venuto ‘per servire’, non per essere servito; questo verbo è ugualmente fondamentale per la vita cristiana, è la nostra regola. Del resto, le due sorelle hanno posto comunque ‘il Signore’ al centro della loro cordiale premura: Marta servendolo, Maria ascoltandolo.

 Forse il servire e l’ascoltare possono essere antagonisti? No! E’ Marta a ‘farsi avanti’ e a porre la questione al Signore: “…non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti”(40b). La preoccupazione di Marta passa da Gesù alle sue tante faccende da fare per ospitarlo, il cuore di lei si divide. E’ quello che al discepolo non deve accadere: Gesù è il perno dell’esistenza del cristiano. L’ascolto della parola di Dio ci aiuta a mettere al centro della nostra vita Gesù Cristo; Egli origina e unifica la molteplicità dell’agire, costruisce quella comunione di vita che fa del Signore Gesù l’unica e sola cosa necessaria. Marta nella sua riconoscente generosità vorrebbe corrispondere con qualcosa di suo al dono del Signore, se no che padrona di casa è! L’ascolto della parola di Dio, invece, rende Maria vigile: il Signore va accolto e le fa comprendere che da Lui si riceve sempre e tutto; ed è unicamente sulla Sua parola che qualcosa di nostro può riuscire. Ricordiamo che Pietro riesce a pescare abbondantemente quando butta le reti dietro invito di Gesù dopo aver faticato tutta la notte invano! La prima lettura (Gen 18,10) ci racconta che Abramo e Sara sono diventati fecondi dopo che hanno accolto ‘i tre personaggi misteriosi’. Tutta la grandezza della Madre di Dio sta nella risposta che Lei dà all’angelo: “Ecco la serva del Signore: avvenga di me secondo la tua parola”(Lc 1,38).      
+Francesco Giovanni, arcivescovo
 

XVIII Domenica del Tempo Ordinario

E’ il salmo a mettere la preghiera nella prospettiva giusta: “Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio”(Sal 89(90),12). E Gesù ci richiama fortemente alla vigilanza: “Fate attenzione e tenetevi lontano da ogni cupidigia, perché…la vita non dipende dai beni”(Lc 12,15). La saggezza che cerchiamo e che chiediamo è quella che tocca le domande più decisive dell’esistenza: il senso della vita, la relatività di quello che facciamo per raggiungere il riposo del cuore che la prima lettura, d’ispirazione pessimista, dichiara irraggiungibile. Paolo scrive ai Colossesi: “cercate le cose di lassù…rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra”(Col 3,1-2). Lo stolto pensa che Dio sia lontano, senza alcun interesse per noi e la nostra storia; lo stolto , dice Gesù, “accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio”(Lc 12,21), soprattutto è uno che ‘ragiona tra sé’, vive cioè davanti a se stesso, nella sfera della propria autoreferenzialità, in una chiusura che gli fa credere di possedere la propria vita: “Anima mia = vita mia hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, magia, bevi e divèrtiti”(19). Il ricco, descritto dalla parabola, confida nella propria fortuna, tramanda l’ora del suo riposo e lo fa dipendere dalla realizzazione dei suoi progetti: costruire magazzini più grandi per raccogliere i suoi beni. Ma questi suoi progetti si rivelano vani e fragili, passeggeri e caduchi. Vale piuttosto “arricchire presso Dio”, fiduciosi, come prega il salmo, che solo Dio rende salda per noi l’opera delle nostre mani e ci riveste di novità di vita che ci fa esultare e gioire in tutti i nostri giorni. Perché è subdolo l’inganno della ricchezza? Essa ci illude con una promessa di felicità che non può mantenere, è senza fondamento come viene meno anche la vita di colui che è stato così sciocco da darle credito.

Come arricchire allora agli occhi di Dio? Riconoscendo che la vita è Suo dono, che viviamo in una  gratuità impegnativa: le buone relazioni con Dio alimentano buone e concrete relazioni di prossimità con ogni uomo. Siamo affidati gli uni alle cure degli altri. “Chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà.”(Lc 9,24). Per non fuggire dagli impegni di quaggiù, dalle cose della terra, l’apostolo Paolo ci invita a rivestirci dell’uomo nuovo in Cristo perché allora “la nostra vita è nascosta con Lui in Dio!”(Col 3,3b).
                       +Francesco Giovanni, arcivescovo

Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 04 Agosto 2010 18:35 )

 

XV Domenica del Tempo Ordinario

La domanda che suscita la parabola del buon samaritano è quella del dottore della legge che chiede: “Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?”(Lc 10,25). La risposta dello scriba alla contro domanda di Gesù, “cosa sta scritto nella Legge?”, è di dottrina risaputa, chiara e decisiva: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore…e il prossimo tuo come te stesso”(27). Ma chi è il prossimo?

 Ecco la questione dibattuta. Lo scriba riteneva che Gesù poteva cavarsela con una definizione. Tanto più che per i maestri di quel tempo interpreti della Legge il prossimo erano i fratelli nella fede, i connazionali, al massimo i convertiti: proseliti; per pochi anche tutti gli uomini.
 Gesù, invece, risponde raccontando questa parabola: addìta un impegno, colma distanze, descrive come ci si fa vicino a un bisognoso, come si risponde a un’urgenza, come si dà un aiuto a non importa chi. Un sacerdote e un levita evitarono di fermarsi per soccorrere un ferito perché l’osservanza del comandamento ‘non uccidere’ si estendeva fino a non toccare il sangue umano, nel quale risiedeva l’anima, e si veniva contaminati e bisognava sottoporsi alla purificazione. Forse non è per indifferenza o durezza di cuore che gli addetti al culto, sacerdote e levita tirano dritto. Ma Gesù sceglie volutamente di entrare in un confronto delicato con il culto praticato: quello vero non distrae dal dovere della giustizia e dal dono dell’amore. Infatti, la parabola tace sull’identità del bisognoso. Se ti capita d’incontrarlo, anche lo sconosciuto o il nemico, lìberati da ogni ragionamento, precomprensione, pregiudizio. Entra nell’evento di questo “malcapitato nelle mani dei briganti”(30): prossimo è colui nel quale t’imbatti e ha bisogno di te. Questa prossimità,che deve legare tutti gli uomini, non deriva dal fatto che tutti possiamo avere bisogno dell’aiuto altrui. Ma, ed è il presupposto di tutto il Vangelo, in Gesù, senza differenze, tutti sono amati da Dio: peccatori e giusti, credenti e non, amici e nemici, vicini e lontani, ricchi e poveri,…! Debbo amare chiunque ma anche come Dio ama, secondo il modulo concreto e disinteressato del samaritano che, senza chiedersi chi sia il ferito, “gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui”(34-35) e gli pagò completamente il conto.
 Gesù con la domanda: “Chi di questi tre ti sembra essersi fatto prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?”(36) vuol portare lo scriba, noi cristiani: da chi è l’altro per me, a chi sono io per l’altro, il punto di partenza e il senso profondo della domanda iniziale. La parabola ci vuol far passare dal concetto di prossimo come oggetto da amare, al prossimo come soggetto che si spende nell’amore per la vita degli uomini. Quel samaritano è la rivelazione della compassione di Dio verso la nostra umanità ferita e abbandonata: è Gesù Cristo che cambiandoci ‘il cuore’ con la sua morte e risurrezione ci dice: “Va’ e anche tu fa’ così”(37).  
       
†Francesco Giovanni, arcivescovo

Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 28 Luglio 2010 13:07 )

 
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