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Mons. Melina "spiritualità sacerdotale e coniugale"

Vorrei porre subito quello che sento come il cuore della questione, con una frase del Cardinale Giacomo Biffi: in preparazione del Congresso Eucaristico di Bologna di alcuni anni fa, egli disse: «Il pericolo maggiore che oggi corriamo è di fare dell'Eucaristia e in particolare della comunione quasi un qualcosa di devozionale, che non mette in discussione la vita e che non tocca l'esistenza». La questione non è dunque: come possiamo vivere meglio l'Eucaristia a livello devozionale, come possiamo sentirla di più nel momento della celebrazione o dell'adorazione, come possiamo "fare esperienze religiose e spirituali", ma piuttosto come l'Eucaristia può diventare un gesto della nostra vita, che influisce davvero sulla mia, sulla nostra esistenza di sacerdoti e di coniugi.

La trasmissione di un dono
«Io ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso» (I Cor 11, 17­34). E' una 7rapà6oan; , una "traditio", una trasmissione fedele di quanto prima aveva accolto da altri, che avevano vissuto direttamente l'avvenimento originario. Paolo non si era inventato nulla. L'annuncio lo aveva fatto appena quindici anni dopo gli eventi della Pasqua di Gesù e già la tradizione era codificata. IIapàboanS è una parola centrale nel testo, molto più ricca delle nostre traduzioni. Significa almeno tre cose: (1) tradizione nel senso di trasmissione di un insegnamento; (2) tradimento ed anche (3) consegna di sé, offerta. Una sola parola con tre significati, che si richiamano l'un l'altro. Qui c'è il primo: l'Eucaristia è la Cena del Signore, non è un rito inventato dagli uomini, che gli uomini stessi possano cambiare a piacimento. E' il gesto supremo del Signore, in cui Egli si dona: è la sua morte e risurrezione che permane per sempre nella storia. E' il tesoro più prezioso della Chiesa, qualcosa che la Chiesa ha ricevuto dal Signore stesso: il sacrificio della morte e risurrezione di Gesù nel gesto della Ultima cena.
«In qua nocte tradebalur, tradidit semetipsum» sono le parole in latino del canone romano: nella sintesi straordinaria e nel gioco dei significati della stessa parola si evidenzia di più il mistero. Nella notte in cui veniva tradito, egli si consegnava. "Tradebatur": veniva tradito; "tradidit": si consegnò liberamente. Per un verso Gesù veniva tradito; è un verbo passivo: subiva un tradimento. Gesù è la vittima delle circostanze esteriori, dell'amico che tradiva ("uno di voi mi tradirà"), dell'odio dei Giudei, della volubilità della (olla, della pusillanimità di Pilato. Ma nella dimensione più profonda del gesto era lui stesso che si consegnava liberamente. E' il gesto di chi è sovranamente libero per donarsi. Lo mette bene in risalto Giovanni nel suo vangelo:
L. MELINA. Eucarrsaa e vita — Spiritualila sacerdotale e coniugale. Camerino 17 giugno 2010
«Prima della festa di Pasqua, Gesb, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amO sino alla fine» (Gv 13, 1). Quante volte era sfuggito alla cattura e alle insidie dei suoi nemici. Ora invece si consegna, perche e giunta l'ora: l'ora del Padre, accolta dal Figlio. E'
gesto libero dell'amore, che trasforma it destino oscuro, quello imposto dalle circostanze e subito in un dono. E' Lui protagonista libero, mentre gli altri, che apparentemente dominano la scena e conducono l'azione, in realty non sono che strumenti di un disegno di salvezza. A condurre it gioco sembrano essere Giuda, Pilato, i sommi sacerdoti del Sinedrio, i detentori del potere. In realty e Lui it Signore, "dominus", ad agire davvero ed egli agisce con ('amore, non con la ribcllione e
potere. Teniamo ben presente questa inversione straordinaria: la passivity si trasforma in suprema attivitd, mediante ('amore diventa dono di se.
«Tradidit semetipsum»: ha consegnato, offerto se stesso. La logica dell'amore dono di se. Qui, nell'Eucaristia siamo al culmine dell'amore, all'abisso dell'amore di Cristo, che si dona. "Avendo amato i suoi, li amO sino alla fine". "Sino alla morte e alla morte di croce". L'Eucaristia e la permanente presenza di questo gesto di Gesii, Figlio di Dio che si dona fino in fondo. Non 6 solo la presenza reale del corpo e del sangue di Cristo. E' certo it corpo; e it sangue, ma e i1 corpo donato e it sangue versato. E' Gesii stesso nel suo donarsi: e it gesto stesso del dono, e it suo stesso
sacrificio. E' it dinamismo del suo donarsi.
Accogliere it dinamismo del donarsi
Ora chi fa la comunione, si unisce con Cristo in questo suo gesto. oPotete bere al calice che io berrO?» (Mc 10, 38). II calice indica it destino di una persona. Bere alto stesso calice indica partecipare allo stesso destino. Ai corinzi Paolo ricorda: «Ogni volta che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finche egli venga. Chi mangia e beve senza riconoscere it corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna» (1 Cor I 25-26. 29). Quel calice
infatti un giudizio: di salvezza o di condanna. Di salvezza per chi, riconoscendo corpo del Signore che si dona, lo accoglie e vive la dinamica del dono di se; di condanna per chi non lo riconosce, per chi si sottrae, resiste, si contrappone e cosi profana it donarsi di Gesii. I1 sacerdote, durante la celebrazione, prima di comunicarsi, dice in segreto: "La comunione al corpo e al sangue di Cristo non
diventi per inc giudizio di condanna, ma per tua misericordia sia rimedio e difesa dell'anima e del corpo",
oCiascuno pertanto esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice». II giudizio colpisce e ferisce: lasciamoci colpire e ferire. Che cosa avranno provato i corinzi a queste parole severe di Paolo? Confusione, vergogna, impotenza vivere all'altezza del dono eucaristico. Ma questo giudizio none per la condanna, bensi per la conversione. 11 Signore continua ad invitarci: "Prendete e mangiate... prendete e bevete...". E' il dono e it rischio di Dio, che si mette nelle nostre mani e si
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L. MELINA, Eucaristia e vita — Spirituality sacerdotale e coniugale. Camerino 17 giugno 2010
affida a noi, sperando che prima o poi risponderemo, ci sveglieremo dalla nostra meschina distrazione. E' Lui che agisce e ci trascina nel suo gesto di amore e gratuity. A noi e chiesto di non resistere.
E' questo allora it senso pieno dell'Eucaristia. Ha scritto l'allora card. Joseph Ratzinger: «Quel che qui ci e donato, none un pezzo di corpo, none una cosa, ma Lui stesso, it Risorto, la persona che si comunica a noi net suo amore passato attraverso la croce. CiO significa che comunicarsi e sempre un processo personale»1. L'Eucaristia, in quanto memoria della donazione sacrificale, incondizionata ed illimitata, che Cristo fa di se stesso, esige di essere ricevuta e assimilata. Come ci ha detto l'apostolo Paolo, esistono due modi profondamente diversi di accostarci all'Eucaristia. Possiamo trascurare ciO che essa significa e cia che essa esige da noi e allora mangiare solo materialmente it pane e it vino eucaristici. Allora noi ci troviamo in contraddizione col Signore, proprio net momento del nostro contatto pift profondo con Lui: allora noi mangiamo e beviamo la nostra condanna che avverra net giudizio ultimo, ma che avviene anche in tante afflizioni che ci possono colpire fin da questa vita terrena. Oppure possiamo ricevere l'Eucaristia realmente, partecipando davvero e personalmente di ciO che essa 6.
Gli ostacoli all'incontro: l'abitudine e la frammentazione dell'io
Ma proprio qui si colloca la sfida pita grande, quella che prende le mosse dalla nostra debolezza umana, dalla nostra fragility, con la quale ogni giorno dobbiamo scontrarci. Mi sembra che ci siano almeno due grandi ostacoli alla nostra partecipazione reale all'Eucaristia. II primo e l'abitudine, che appanna e rende banali le giornate e i gesti, anche quelli piU grandi. Scriveva it poeta francese Paul Claudel:
«C 'e qualcosa di peggio che avere un'anima cattiva
e anche di farsi un'anima cattiva: e avere un'anima bell 'e fatta. C'e qualcosa di peggio che avere un'anima perversa: e avere un'anima di tutti i giorni.
Chi non e pii4 in grado di provare ne stupore, ne sorpresa ~, per cosi dire, morto: i suoi occhi si sono spenti.
CiO che maggiormente ostacola la nostra salvezza
Non e it peccato, ma l'abitudine.
Di un peccatore Dio puO Jive un santo,
ma di noi, uomini abitudinari e con l'anima di tutti i giorni, Dio che cosa puO fare?».
Se in noi c'e l'abitudine, l'anima di tutti i giorni, incapace di stupore, allora l'incontro con Gesii non avviene. Lui c'e, ma siamo noi a non esserci, non ci siamo noi, con la
1J. RATZINGER, 1/ Dio vicino. L 'Eucaristia cuore della vita cristiana, San Paolo, Cinisello B. (Mi) 2003, 83.
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L. MELINA, Eucaristia e vita - Spiritualità sacerdotale e coniugale. Camerino 17 giugno 2010
nostra vita e le nostre domande, con le nostre attese e i nostri desideri... Lui passa, ma noi siamo distratti, siamo da un'altra parte.
Ed ecco allora la seconda difficoltà, che forse è proprio la radice della prima, la sua causa interiore. Perché c'è questa banalità e distrazione interiore? Perché siamo così superficiali? «Tu sei venuto, hai visitato la mia casa, ma non ci siamo visti, la mia casa era deserta, perché io non c'ero. Ero fuori. Sono sempre fuori», diceva il poeta svedese Pàr Lagerkvist2. L'Eucaristia è un incontro di libertà, ha scritto il Cardinale Patriarca di Venezia Angelo Scola: l'infinita libertà di Dio che si china sulla libertà finita dell'uomo, come una madre sul suo bimbo;. Come mai la nostra libertà talvolta, o forse così spesso, non c'è e manca all'incontro?
Ecco la seconda difficoltà: la frammentazione del nostro io. Frammentazione di ruoli sociali: un conto è come mi comporto a casa, un conto è come mi comporto a scuola, sul lavoro o con gli amici. Siamo ridotti a giocare diversi personaggi su diverse scene, con ruoli e regole diverse: un conto è la legge dell'economia, un conto quella della famiglia, un conto quella della politica, del tempo libero e della religione. Quando manca un'unità interiore, allora l'individuo è abbandonato all'emozione del momento, da cui non riesce ad emergere: i desideri frammentari e cangianti non gli permettono di agire, ma al massimo di reagire di volta in volta con gesti diversi. Dobbiamo partire di qui, per entrare nella seconda parte della nostra riflessione. La domanda era: come l'Eucaristia diventa risposta reale al dramma della nostra vita e della nostra affettività? Dobbiamo ora partire proprio da questo dramma.
Il compimento di sé nel dono di sé
«Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù» (Fil 2, 5). La comunione con Gesù è comunione affettiva, comunione anche nel sentire. E quali sentimenti furono in Gesù, nell'Eucaristia? Egli non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, uscì da sé, svuotò se stesso assumendo la condizione di servo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. E per questo Dio Padre lo esaltò donandogli il nome più grande, quello di Signore. Nel mistero pasquale, che l'Eucaristia attualizza perennemente nella storia, si compie proprio questa obbedienza suprema di Gesù al Padre. E si realizza anche l'amore sponsale di Cristo, che per la Chiesa si dona, diventando suo nutrimento: «Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei» (Ef 5, 25). I1 sacrificio di Cristo ha dunque anche un carattere sponsale: è dono di sé per la Chiesa. Un'antica icona orientale mostra Gesù deposto dalla croce col titolo di ó vul.tcpio;, lo Sposo. Si compie allora nell'Eucaristia anche il "grande mistero" nuziale dell'amore di Dio con l'umanità, di Cristo con la sua Chiesa, di cui anche l'amore coniugale tra l'uomo e la donna è chiamato ad essere segno visibile nel mondo.
2 Cf. PÀR LAGERKVIST, Poesie, ClanDestino, Guaraldi — NCE, Forlì 1991.
3 Cf. A. SCOLA, Eucaristia incontro di libertà, Cantagalli, Siena 2005.
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L. MELINA, Eucaristia e vita - Spiritualità sacerdotale e coniugale. Camerino 17 giugno 2010
Prestiamo attenzione particolare ora alla dimensione corporea del dono di Cristo. Essa ci rivela anche il significato ultimo del nostro corpo. Gesù dunque, nel momento supremo della sua vita e della sua missione ha pronunciato le parole che svelano il significato ultimo del corpo umano: «Prendete e mangiatene tutti: questo è il mio corpo, che è dato per voi. Fate questo in memoria di me». Queste parole, associate a quelle che Gesù pronunciò sul calice, esprimono il dono totale di sé nel pasto eucaristico e nel sacrificio della croce. Tutta la vita terrena di Gesù è stata un donarsi senza riserve agli altri mediante il suo corpo, perché gli uomini, vedendolo, toccandolo, ascoltando potessero incontrare Dio (cf. I Gv 1). «In Lui infatti abita corporalmente la pienezza della divinità» (Col 2, 9). Nello stesso tempo è attraverso l'offerta del proprio corpo di carne, che Gesù compie la volontà del Padre (Ebr l0, 10). Il gesto sacerdotale e redentivo di Cristo si realizza pienamente mediante il dono del proprio corpo per la salvezza dei fratelli.
Nella persona del Figlio, il corpo eucaristicamente donato, è dunque inscindibilmente espressione del "dono di sé" per la vita del mondo (cf. Gv 6, 51)`' e realizzazione perfetta della volontà del Padre. E così dovrà essere anche per il cristiano. San Paolo ne trae le conseguenze nella lettera ai romani: «vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale» (Rm 12, 1). 11 senso ultimo della celebrazione eucaristica deve realizzarsi in noi, anzi nel nostro corpo, che si è nutrito del corpo di Cristo. Il corpo esprime la persona (è "sacramento della persona", secondo le parole di Giovanni Paolo II) nelle condizioni concrete della sua esistenza: esso è fatto per il dono di sé e per il culto a Dio nella vita. Nel dono del corpo si realizza il dono della persona.
11 Concilio Vaticano 11, nella costituzione Gaudium et spes ha stabilito i due principi fondamentali della visione cristiana dell'uomo, dell'antropologia cristiana, proprio coane antropologia eucaristia: «Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo Amore, svela anche pienamente l'uomo all'uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione» (n. 22). E qual è questa "altissima vocazione"? Ecco il secondo principio: «L'uomo il quale sulla terra è la sola creatura che Dio abbia voluto per se stessa, non può ritrovarsi pienamente se non attraverso il dono di sé» (n. 24).
Nella luce dell'Eucaristia ci è rivelato il significato ultimo della vita, che siamo chiamati a realizzare nelle nostre azioni: il dono di sé. E ci è rivelato anche il significato del corpo: essere il luogo sacramentale del dono di sé della nostra persona. Non è semplicemente una "rivelazione" di una verità da sapere intellettualmente e da cercare poi di mettere in pratica mediante il nostro sforzo di volontà. E' molto, molto di più: è "partecipazione reale" nel sacramento al dono di Cristo, che nello Spirito ci comunica la capacità di vivere questo dono.
' Cf. G. SF:aAI.I.A, Gesù pane del cielo per la vita del mondo. Cristologia ed eucaristia in Giovanni, ed. Messaggero, Padova 1976, 94-103.
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L. MELINA, Eucaristia e vita - Spiritualita sacerdotale e coniugale. Camerino 17 giugno 2010
L'Eucaristia, sorgente della carita pastorale e della carita coniugale
L'Eucaristia — ha detto papa Benedetto XVI nella veglia a conclusione dell'anno sacerdotale, proprio venerdi scorso 10 giugno — e la grande avventura di Dio: l'umiltd di Dio che si dona a noi. II sacrificio vero dei cristiani, che nell'Eucaristia si uniscono al sacrificio di Cristo, consiste proprio nel lasciarsi attirare dalla comunione dell'unico pane fuori di se stessi, per incontrare gli altri e per donarsi a loro e realizzare la comunione fraterna.
Cosi la carita di Cristo e la fonte della carita pastorale del sacerdote nel suo ministero e della carita coniugale degli sposi. 11 sacerdote, partecipando all'Eucaristia, in persona Christi, 6 chiamato a vivere con tutta la sua vita l'amore del Buon Pastore, che offre se stesso per le pecore, che esce dalla sicurezza dell'ovile per cercare la pecora perduta E' i I contrario di un impegno limitato nel tempo e nello spazio, di un qualsiasi mestiere ("job"). E' soprattutto it contrario del clericalismo —ha detto ancora it Papa -, cio6 della chiusura in se stessi, della solitudine come ricerca di un proprio comodo, della ricerca del proprio piccolo potere o dell'affermazione dei privilegi di una piccola casta.
II celibato del sacerdote ha la sua fonte proprio nell'Eucaristia. Prendete e
mangiate: questo e it mio corpo. Prendete e bevete: questo e it calice del mio
sangue». Pronunciando queste parole it sacerdote, che celebra l'Eucaristia, agisce in persona Christi: it suo io si identifica con l'Io sacerdotale di Cristo. Cosi egli e attirato dalla vita stessa del Risorto. 11 celibato sacerdotale e identificazione amorosa con Cristo Buon Pastore, che nel mistero pasquale anticipa it mondo futuro della risurrezione. Oggi it celibato e scandalo per it mondo: in una society che vuole eliminare Dio e i segni di Dio, che vuole dimenticare Dio, it celibato e it segno pubblico di una vita che non avrebbe senso senza Dio, una vita che non si esaurisce nel soddisfacimento dei bisogni e dei desideri di cose visibili.
Per questo it celibato non 6 it contrario del matrimonio. Lo si vede ancor meglio oggi, in cui la crisi del celibato va di pari passo con la crisi del matrimonio. II non volersi sposare si fonda sulla volonta di voler vivere solo per se stessi, di poter avere sempre in ogni momento Ia plena autonomia: it poter fare cie) che si vuole, perche non si ~ legati a nessuno, perche non ci si e donati a nessuno. It celibato, che si nutre dell'Eucaristia, e I'opposto di una vita comoda e autonoma: e un dono continuo di se, generoso, fedele e totale, per amore. Un dono di se che si apre all'azione feconda dello Spirito, in una possibile paternity spirituale, che non nasce dalla propria azione, ma dal fare spazio con la propria poverty all'azione divina della grazia.
Cosi si vede che anche Ia carita coniugale ha la sua sorgente nell'Eucaristia: dal dono totale e fedele di Cristo Sposo per Ia Chiesa Sposa, si origina e si nutre l'amore degli sposi cristiani: amore fedele, totale, indissolubile e e fecondo, capace di perdono e di capacity di ripresa continua. Un si definitivo all'altra persona, che la
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%          L. MELINA, Eucaristia e vita - Spiritualità sacerdotale e coniugale. Camerino 17 giugno 2010
grazia divina sostiene e alimenta nella prova, radicandolo nel sì di Cristo. Una paternità e maternità che vengono trasfigurate nello Spirito Santo, «piegando le ginocchia davanti al Padre da cui ogni paternità sulla terra prende nome» (Ef 3, 14­15).
Così si può vedere anche bene che celibato sacerdotale e vita coniugale, avendo la stessa sorgente nella carità eucaristica di Cristo, non solo non si oppongono a vicenda, ma al contrario si sostengono e si alimentano reciprocamente. Il celibato richiama agli sposi la meta finale della vita risorta e l'ideale dell'amore di Cristo. Gli sposi, a loro volta, richiamano al sacerdote celibe, la concretezza quotidiana del dono di sé.
 
Nell'aridità e nello smarrimento del mondo che ci circonda e che però spesso in maniera inquieta cerca il senso dell'amore, siamo chiamati dunque a portare il dono che riceviamo nell'Eucaristia. La bellezza affascinante dell'amore di Cristo, la luce dei dono di sé che Egli vi ha realizzato non chiedono appena una devozione pia, da avere accanto alla nostra vita e ai nostri problemi: sono un tesoro per la vita, per la nostra affettività, per i rapporti che ci interessano di più. Donandosi Gesù ci dice: «Fate questo in memoria di me». Non è appena un rito, è la memoria vivente dell'amore, quello a cui ci chiama, donando se stesso nell'Eucaristia.

Ultimo aggiornamento ( Sabato 19 Giugno 2010 08:18 )

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