Catechesi

Relazione tenuta da don Tonino Lasconi ai sacerdoti di Camerino. (18/12/19)

CHRISTUS VIVIT
Esortazione apostolica di papa Francesco, 25 marzo 2019

Come per Evangelii gaudium non presenterò l’esortazione apostolica in maniera ampia e approfondita, capitolo per capitolo. Prenderò come riferimento il capitolo 7: La pastorale giovanile, sicuramente quello che ci interpella di più, con richiami agli altri 8 capitoli. Anche del capitolo della “pastorale giovanile” non farò una presentazione “professorale”, ma, tenendo presente che siamo preti e parroci piuttosto “diversamente giovani”, cercherò idee, spunti, stimoli per la nostra attività pastorale giovanile.

1. IL PUNTO DI PARTENZA: LA PASTORALE GIOVANILE È IN DIFFICOLTÀ

Lo sappiamo benissimo. Chi meglio di noi? I motivi: i cambiamenti sociali e culturali: nipoti del ’68! Contestazione del principio di autorità (e quindi della religione e della fede, anche perché molto tradizionalista e devozionale), rivoluzione sessuale, individualismo: un colpo al cuore alla religiosità tradizionale. I giovani sono cambiati: «nelle strutture consuete, spesso non trovano risposte alle loro inquietudini, alle loro esigenze, alle loro problematiche e alle loro ferite».

Dobbiamo cambiare anche noi. Il papa suggerisce di «invitare i giovani ad avvenimenti che ogni tanto offrano loro un luogo dove non solo ricevano una formazione, ma che permetta loro anche di condividere la vita, festeggiare, cantare, ascoltare testimonianze concrete e sperimentare l’incontro comunitario con il Dio vivente». Con parole povere: noi siamo troppo spesso rimasti a “riunione catechistica”. Quella che: “Venite che stasera parliamo di…”. Magari prima facciamo la pizzata però per arrivare alla “riunione” nella quali noi spieghiamo. Quello che siamo stati abituati a fare e che un po’sappiamo fare. Un po’, perché anche a questo proposito non sempre ci siamo aggiornati sulle necessarie tecniche per soddisfacenti e produttivi incontri di gruppo.
Dalla pastorale “ci penso io e decido io”, si deve passare alla pastorale
“sinodale” (parola magica ormai): non uno che la pensa, che la organizza, che la fa, pensata, organizzata e vissuta con gli interessati, con i giovani.
Noi: “Ce ne fossero di giovani disponibili per organizzarla!”. Puntare e provare con la “quinta colonna”: un gruppetto di giovani collaboratori … (una parola che ci impegnerà nel prossimo incontro).

  • PER CAMBIARE E RINNOVARE: modalità sinodale
    a. La ricerca: trovare vie attraenti per invitare»: «Dobbiamo soltanto stimolare i giovani e dare loro libertà di azione». Va privilegiato «il linguaggio della vicinanza, il linguaggio dell’amore disinteressato, relazionale, esistenziale, che tocca il cuore», avvicinandosi ai giovani «con la grammatica dell’amore, non con il proselitismo». Significa stare vicini, accettare le loro proposte che non sempre coincidono per modalità e contenuti con le nostre idee e la nostra sensibilità (Esempi: il rumore, il disordine).

  • b. La crescita:
    Non essere frettolosi a proporre «
    incontri di “formazione” nei quali si affrontano solo questioni dottrinali e morali... Il risultato è che molti giovani si annoiano.
    Non partire dal libro ma dalla vita, con la strategia del confronto.

  • Momenti che aiutino a rinnovare e ad approfondire l’esperienza personale dell’amore di Dio e di Gesù Cristo vivo»: “vissuti” che aiutino i giovani a «vivere come fratelli, ad aiutarsi a vicenda, a fare comunità, a servire gli altri, ad essere vicini ai poveri». Volontariato, servizio, carità…

  • Ambienti adeguati per l’accoglienza:offrire ai giovani luoghi appropriati, che essi possano gestire a loro piacimento e dove possano entrare e uscire liberamente, luoghi che li accolgano e dove possano recarsi spontaneamente e con fiducia per incontrare altri giovani sia nei momenti di sofferenza o di noia, sia quando desiderano festeggiare le loro gioie». Occhio, però!

  • Serve «una pastorale giovanile popolare». Non soltanto studenti! Non da “élite”: «non porre tanti ostacoli, norme, controlli e inquadramenti obbligatori a quei giovani credenti che sono leader naturali nei quartieri e nei diversi ambienti. Dobbiamo limitarci ad accompagnarli e stimolarli»
    Chiesa con le porte aperte: non è nemmeno necessario che uno accetti completamente tutti gli insegnamenti della Chiesa per poter partecipare ad alcuni dei nostri spazi dedicati ai giovani» «deve esserci spazio anche per tutti quelli che hanno altre visioni della vita, professano altre fedi o si dichiarano estranei all’orizzonte religioso».

  • Accettare una fede imperfetta?Ciò implica che i giovani siano guardati con comprensione, stima e affetto, e non che non li si giudichi continuamente o si esiga da loro una perfezione che non corrisponde alla loro età». Ciò comporta l’abbandono di una nostra radicata mentalità: battezzati, comunicati, cresimati, perciò cristiani e da cristiani devono comportarsi, altrimentiEs. il precetto festivo, la sessualità, la convivenza prematrimoniale e stabile, le scelte partitiche…

Non sono evangelizzati ma catechizzati! Devono ancora fare la loro scelta: “saper «camminare insieme» ai giovani rispettando la loro libertà”, e il loro percorso

2. CONDIZIONI (prerequisiti)

  • a. Una chiesa giovane. Non giovanilista. Coraggiosa, che guarda avanti, che ha fiducia, aperta ai cambiamenti. (capitolo 2) “È giovane quando è sé stessa, quando riceve la forza sempre nuova della Parola di Dio, dell’Eucaristia, della presenza di Cristo e della forza del suo Spirito ogni giorno». Anche noi sacerdoti non più giovani possiamo e dobbiamo mettere il nostro impegno affinché la Chiesa che ci è stata affidata sia giovane.  

    Ciò significa fare spazio a idee nuove, a comportamenti nuovi (via il clericalismo: qui comando io!), non chiedere soltanto servizi, ma dare responsabilità (non giovani risorsa per il futuro, ma vivi oggi), (il capitolo 3: Voi siete l’adesso di Dio, sui giovani nella Bibbia).

  • B. Capace di annunciare: tre grandi verità. (capitolo 4)
    1. Un «Dio che è amore» e dunque «Dio ti ama, non dubitarne mai»
    2. «Cristo ti salva». «
    Non dimenticare mai che Egli perdona settanta volte sette.
    3. «Egli vive!». «Occorre ricordarlo… perché corriamo il rischio di prendere Gesù Cristo solo Cristo solo come un buon esempio del passato, come un ricordo, come qualcuno che ci ha salvato duemila anni fa.

    La predica! Il catechismo! Questa “condizione” ci interpella fortemente, perché il fatto di essere “anziani” non ci dispensa dall’impegno di annunciare il vangelo in maniera efficace. Per essere brevi e sintetici non occorre essere giovani. Siamo sinceri: siamo stati e siamo un disastro. Abbiamo sciupato un’occasione che nessuna altra agenzia ha avuto a disposizione.

  • Radicare la fede nella realtà (capitolo 5). «L’impegno sociale e il contatto diretto con i poveri restano una occasione fondamentale di scoperta o approfondimento della fede e di discernimento della propria vocazione» (170). Il Papa cita l’esempio positivo dei giovani di parrocchie, gruppi e movimenti che «hanno l’abitudine di andare a fare compagnia agli anziani e agli ammalati, o di visitare i quartieri poveri» (171). Mentre «altri giovani partecipano a programmi sociali finalizzati a costruire case per chi è senza un tetto, o a bonificare aree contaminate, o a raccogliere aiuti per i più bisognosi. Sarebbe bene che questa energia comunitaria fosse applicata non solo ad azioni sporadiche ma in modo stabile».


Proporre esperienze diversificate e molteplici per dare a tutti la possibilità di sperimentare e di rimanerne sensibilizzati.

3. ATTENZIONI

  • a. No a giovani senza radici. Dialogo e collaborazione tra generazioni (capitolo 6). «vedere alcuni propongono ai giovani di costruire un futuro senza radici, come se il mondo iniziasse adesso». Se qualcuno «vi fa una proposta e vi dice di ignorare la storia, di non fare tesoro dell’esperienza degli anziani, di disprezzare tutto ciò che è passato e guardare solo al futuro che lui vi offre, non è forse questo un modo facile di attirarvi con la sua proposta per farvi fare solo quello che lui vi dice?”. No alla adorazione della giovinezza: «Il corpo giovane diventa il simbolo di questo nuovo culto… ciò che non è giovane è guardato con disprezzo.

  • La vita come vocazione (capitolo 8). «La cosa fondamentale è discernere e scoprire che ciò che vuole Gesù da ogni giovane è prima di tutto la sua amicizia» (250). La vocazione è una chiamata al servizio missionario verso gli altri, «Perché la nostra vita sulla terra raggiunge la sua pienezza quando si trasforma in offerta» (254). «Per realizzare la propria vocazione è necessario sviluppare, far germogliare e coltivare tutto ciò che si è. Non si tratta di inventarsi, di creare sé stessi dal nulla, ma di scoprirsi alla luce di Dio e far fiorire il proprio essere» (257). E «questo “essere per gli altri” nella vita di ogni giovane è normalmente collegato a due questioni fondamentali: la formazione di una nuova famiglia e il lavoro» (258).

Un’altra nostra grave lacuna è stata avere riservato la vocazione a “preti frati e monache”, lasciando la famiglia alla “legge dello Stato”…. Finché ci risparmiava la fatica…

  • Il discernimento (capitolo 9).
    Non sostituirsi o imporsi, ma accompagnare, pronti a togliersi e a lasciare andare. Si devono
    «suscitare e accompagnare processi, non imporre percorsi. E si tratta di processi di persone che sono sempre uniche e libere».

La scarsità del numero non deve giustificare la scarsità della vita e delle motivazioni.

4. CONCLUSIONE: Resistenza o resa? (Dietrich Bonhoeffer)

Non abbiamo tante possibilità, o ci lasciamo andare nella insoddisfazione, nella nostalgia del bel tempo passato e nella lamentela della cattiveria del tempo presente, oppure diamo alla Chiesa di oggi e al nostro oggi tutto quello che ancora siamo in grado di dare.
La soluzione è accettare dei collaboratori che non siano considerati e trattati come “manodopera”, ma come
corresponsabili.

Su questo ci fermeremo e rifletteremo nel prossimo incontro, con la Nota pastorale della CEI: “Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia” swl 30 maggio 2014.

d. Tonino Lasconi


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Trasformazione missionaria della Chiesa
secondo l’Evangelii gaudium cap.1 e 5.

Relazione tenuta da don Tonino Lasconi ai sacerdoti di Camerino.


Premessa
: non voglio fare una presentazione di tipo scolastico, ma una riflessione trasversale, attorno a tre parole, care a papa Francesco: uscita, periferie e odore delle pecore.

  1. Uscita

La Chiesa è fatta per andare.

Gesù esce, cammina, incontra. E lascia ai suoi questa consegna: “Andate e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 19-20).

“Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano” (Mc 16, 20).

La Chiesa dovrebbe essere in uscita, ma in realtà appare ferma e statica.

Chiesa in uscita, ma da che cosa?

  • Dalle cose come stanno nell’attuale pastorale. E’ necessario avanzare nel cammino di una conversione pastorale e missionaria: strutture ecclesiali, orari, stili, parrocchie, movimenti, associazioni, vescovi, sacerdoti, laici.

  • Dal “si è fatto sempre così”.

“Invito tutti ad essere audaci e creativi” (EG 33).

  • Dal“Cosa” comunicare del messaggio: perdersi su aspetti marginali, dimenticando l’essenziale.

  • Dal “Come” comunicare: “esprimere le verità di sempre in un linguaggio che consenta di riconoscere la sua permanente novità….trasmettere all’uomo di oggi il messaggio evangelico nel suo immutabile significato” (EG 41).

  • Dalle consuetudini belle e radicate, ma…”Possono essere belle, però ora non rendono lo stesso servizio in ordine alla trasmissione del Vangelo. Non abbiamo paura a rivederle” (EG 43).

  • Da norme e precetti ecclesiali, una volta molto efficaci, ma che non hanno più la stessa forza educativa come canali di vita.

  • Dalla Chiesa dogana: nemmeno le porte dei sacramenti si dovrebbero chiudere per una ragione qualsiasi, in particolare il Battesimo. L’Eucaristia non è un premio per i perfetti, ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli. Di frequente ci comportiamo come controllori della grazia e non come facilitatori. La Chiesa non è una dogana, è la casa paterna dove c’è posto per ciascuno con la sua vita faticosa.

  1. Le periferie

“Dobbiamo riconoscere che l’appello alla revisione e al rinnovamento delle parrocchie non ha ancora dato sufficienti frutti…Si orientino completamente verso la missione” (EG 28).

Ogni comunità e ogni cristiano è invitato “ad accettare questa chiamata: uscire dalla propria comodità e avere il coraggio di raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo” (EG 20).

Periferie: parola prediletta dal Papa, richiama gli insediamenti ai margini delle metropoli, gli emarginati, le baracche, violenza, droga; ma anche altre più sotterranee e insidiose, come difficoltà, sofferenza, incertezza, scoraggiamento…

  1. Noi stessi. La nostra età, la nostra formazione, la nostra storia.

Tendenza a considerare il mondo secolarizzato e laicizzato di oggi come un nostro dominio, come un popolo che abbiamo battezzato, istruito, plasmato, governato e che poi si è ribellato. Il nostro futuro e il nostro impegno tende alla riconquista di esso.

Il mondo è cambiato, però continuiamo a ripetere le cose come se non fosse cambiato, magari cercando di aggiornarle, di renderle più simpatiche…oppure mettendo delle toppe; vedi zone pastorali, pluriparroci, stranieri…

L’età. Siamo vecchi. Anziani sì, ma vecchi rassegnati no. Non ci è permesso rimpiangere il passato, perché dobbiamo evangelizzare il presente.

  1. I “i messaroli”. Quelli che ci sono. Da rianimare. Renderli consapevoli. Portarli a essere collaboratori e corresponsabili. Non li deprimiamo, quasi incoraggiandoli ad andarsene (“siamo pochi, sempre meno; i giovani non ci sono più; i ragazzi, fatta la cresima, se ne vanno; non ci sono più preti…”): incoraggiamoli, stimoliamoli, responsabilizziamoli…

Le zone pastorali, i pluriparroci… Cerchiamo di fare in modo che non ci si riduca a togliere, a diminuire, a dare di meno, ma a dare diverso, di più e meglio.

Occhio! Gran parte del lavoro e di quello che si può fare tocca a noi. Rinnovare l’omelia o la catechesi dipende da noi non dal Vescovo o dal Papa.

  1. La periferia più: quelli che se ne vanno, quelli andati, quelli mai entrati. La più grande, trascurata periferia.

Dobbiamo decidere ad annunciare il Vangelo. Noi lo leggiamo e spieghiamo a quelli che vengono in chiesa, ripetendo sempre le stesse cose. Non annunciamo. Fuori delle chiese e delle aule di catechismo il Vangelo non circola. Dobbiamo riprendere lo “strada facendo”. Dobbiamo ricordare che “la mia parola è come l’acqua e la neve; non scende senza aver prodotto il suo frutto”. Facciamola scendere.

Il solito ritardo ad accogliere i media: le strade dove far circolare la parola di Dio. Non soltanto adoperandoli, ma conoscendone la lingua e le regole comunicative.

  1. L’odore delle pecore.

Si può odorare di pecore soltanto se si accetta di essere pastore delle pecore. Ma dobbiamo reinventare un modo nuovo di essere pastori. Sta scomparendo il pastore vecchio stampo: il parroco che conosceva tutti, che sapeva tutto di tutti…, può essere cancellato dal parroco fuggi fuggi, in corsa tra cinque o più parrocchie.

Spirito e spirito

Il modo nuovo è quello di sempre: “Aprirsi senza paura all’azione dello Spirito Santo (preghiera, meditazione, rapporto personale con Gesù) (EG 259) per avere spirito.

Un’evangelizzazione con spirito è molto diversa da un insieme di compiti vissuti come un pesante obbligo che semplicemente si tollera. Il Papa incoraggia “una stagione evangelizzatrice più fervorosa, gioiosa, generosa, audace, piena di amore fino in fondo e di vita coraggiosa! Ma nessuna motivazione sarà sufficiente se non arde nei cuori il fuoco dello Spirito” (EG 261).

Coltivare la gioia e l’orgoglio di essere pastori. Nessuno orgoglio e nessuna gioia se ci sentiamo falliti, se ci sentiamo reduci di una guerra persa. Attenzione a parlare della Chiesa prossima alla scomparsa: preti vecchi, le parrocchie si chiudono, mancano le vocazioni, le chiese si vuotano, vengono solo i vecchi, i ragazzi dopo la cresima se ne vanno…

Vi è chi si consola dicendo che oggi è più difficile…

“E’ salutare ricordarsi dei primi cristiani e di tanti fratelli lungo la storia che furono pieni di gioia, ricolmi di coraggio, instancabili nell’annuncio” (EG 263).

Un modello e una passione: Gesù.

“Gesù stesso è il modello di questa scelta che ci introduce nel cuore del popolo… Affascinati da tale modello, vogliamo inserirci a fondo nella società, condividiamo la vita con tutti, ascoltiamo le preoccupazioni, collaboriamo materialmente e spiritualmente nelle loro necessità, ci rallegriamo con coloro che sono nella gioia, piangiamo con quelli che piangono e ci impegniamo nella costruzione di un mondo nuovo, gomito a gomito con gli altri. Ma non come un obbligo, non come un peso che ci esaurisce, ma come una scelta personale che ci riempie di gioia e ci conferisce identità”(EG 269).

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